POVERA
MODICA !
Povera Modica: offesa ed umiliata dalle facce inespressive di coloro che si perdono nella spasmodica ricerca delle tante inutili idiozie al cioccolato: a queste false e blasfeme divinità s’inchinano zelanti gli adoratori della fatuità e i veneratori del nulla. Povera città, oltraggiata e vilipesa dallo stupido vociare della massa anonima e belante, che profana la storia, che vive e che respira nei suoi vicoli antichi e misteriosi, che non sappiamo più guardare ed ammirare, nella fretta e nella svogliatezza della nostra frenetica e convulsa esistenza. Povera Modica: violata nella sua incantevole bellezza e nella sua storia millenaria, da orde che ogni notte, inconsapevoli, bivaccano su strade che narrano storie che non possono sbocciare nella mente e nel cuore di chi non sa più guardare il cielo gravido di stelle, di chi non sa afferrare la seducente magia della notte, per lasciarsi inebriare dall’incanto dei sogni e dalla vaghezza delle illusioni; non possono sbocciare nella mente e nel cuore di chi profana la notte illuminandola coi bagliori della violenza e del delirio: quante giovani vite, che annegano la spensieratezza e l’allegria nelle torbide acque di una falsa ed effimera felicità; colpevoli, ma vittime, al tempo stesso, di un mondo che non sa più guardare il cielo: sono coloro che non turbano purtroppo i nostri sogni, non creano inquietudine al nostro animo, astuto e fariseo, che seminando ipocrisia e indifferenza ha generato l’odio e distrutto la speranza nell’età più bella della vita. Povera Modica: mortificata nella sua antica tradizione di città altruista ed ospitale, e che, immemore dell’alto ammonimento kantiano, strumentalizza l’uomo per accrescere la sua smodata opulenza di oggi, divenendo infedele a se stessa, giacchè mai questa città ha sacrificato i suoi ideali sullo squallido altare degli affari. Povera città, defraudata della sua storia e della sua cultura, da una classe politica che non sa oltrepassare con lo sguardo il misero orizzonte dell’interesse personale, che non sa uscire dalla valle dei compromessi e delle omissioni, per raggiungere la vetta e poter gustare il profumo della coerenza e della libertà. Che non sa affrancarsi da una distorta visione del potere, non più strumento al servizio del bene comune, ma fine da perseguire con qualsiasi mezzo: un idolo di cartapesta, nel cui nome si consumano ingiustizie, voltafaccia e tradimenti. E mentre quest’inganno si rinsalda nella teoria e si consolida nella prassi, si consuma, nella colpevole indifferenza di tanti, il declino etico e politico della nostra città: sempre più prigioniera del futile e dell’effimero e ormai incapace di guardare lontano, di scrutare l’orizzonte alla ricerca di spazi più ampi e impegnativi, ove gettare il seme del suo passato illustre, l’unico dal quale potrà germogliare un futuro edificato sulla roccia e non sull’inconsistente friabilità dell’apparenza. Povera Modica: città delle cento chiese, dalla forte e radicata religiosità, che nei secoli ne ha fatto un baluardo della fede più autentica e sincera, e che oggi avverte il peso di presenze inquietanti: anche il satanismo, col suo bagaglio d’ignoranza e fanatismo, non è che un illuminante segno dei tempi. Quando una comunità non è più in grado di perseguire i più alti valori dello spirito, quando il materialismo e il consumismo soffocano le istanze più nobili che sgorgano dall’animo, quando ciò che unisce una comunità cittadina non è più l’Ethos che nei secoli l’ha forgiata, ma è il denaro, con tutte le sue meschine implicazioni, non ci si può scandalizzare, poi, se quella comunità ha perso il senso dell’essere, se non è più in grado di discernere il bene dal male, il sacro dal profano, la forma dall’essenza. Povera Modica: si moltiplicano i mostri di cemento ed inghiottono gli ultimi giardini, le macchine ci tolgono il respiro; tentacoli d’acciaio, soffocano il nostro anelito al dialogo e all’incontro: sempre più lontani e irraggiungibili; i turisti arrivano a frotte e il denaro è come un fiume in piena che alimenta sogni, speranze e tante illusioni. Povera Modica: tutti ti credono più ricca e non s’accorgono che ti sei fatta povera: sei come una madre che ha perduto i figli, colpevoli d’ingratitudine e di volgarità, che non ti sanno preservare da questi nuovi barbari che invadono le tue vie, non per ammirarti, ma per gozzovigliare fra le tue antiche chiese e i tuoi splendidi palazzi e che riempiono la notte di frastuono, lacerando il tuo silenzio solenne: figli che barattono con il vile denaro la tua bellezza impareggiabile!
DIFENSORE CIVICO: IL GARANTE
CHE NON PUO’ GARANTIRE
L’elezione di Enzo Di Raimondo a Difensore Civico è l’ennesima testimonianza della inadeguatezza di questa Amministrazione a saper governare con equilibrio e soprattutto nel rispetto dei ruoli, che in una società democratica non possono essere invertiti a piacimento, solo per interessi meramente politici, per soddisfare i quali si calpestano le attese e i diritti dei cittadini. Ciò che il sindaco, a proposito dell’ elezione del difensore civico, dichiarò nel Novembre 2003 si è purtroppo puntualmente avverato.”La società civile – aveva dichiarato – non può prevaricare sulla politica; la scelta non può essere vincolata da un organismo, occorre salvare le prerogative del civico consesso”. La politica ha prevalso ancora una volta sulle istanze e sulle necessità della società civile; la politica, anche a Modica, è come una piovra che stritola, coi suoi voraci tentacoli, tutto ciò che in qualche modo può ostacolare la sua sete di dominio, la brama di sottoporre a un ferreo controllo tutte le attività, di qualunque natura esse siano, espresse dalla società. Di questa il difensore civico dovrebbe essere espressione: la nomina di Enzo Di Raimondo – naturalmente non stiamo giudicando l’uomo, che nemmeno conosciamo – è paradossale dal punto di vista politico: non è necessario essere degli esperti in materia per cogliere la contraddizione logica di questo avvenimento; colui che è stato vicesindaco e che tuttora è organico alla coalizione di governo dovrebbe essere il garante dei cittadini nei confronti della medesima coalizione. La vicenda non si caratterizza soltanto per essere un’offesa alle più elementari norme del buon senso e un’ingiuria all’intelligenza della cittadinanza: ciò che la rende ancora più deleteria è che essa è paradigmatica di un modo assai preoccupante d’intendere la politica e di una quantomai discutibile concezione del potere. Con la nomina di Di Raimondo, l’amministrazione Torchi, ancora una volta, dimostra tutta la sua impreparazione culturale, politica e ideologica. La scelta fatta, autentica prevaricazione della politica sulla società civile, è perfettamente in linea con le coordinate politiche sulle quali questa maggioranza si muove. I valori – primo fra tutti quello della democrazia – gli ideali, l’attenzione ai bisogni veri dei cittadini, l’importanza del fare ( e dunque la consapevolezza della inutilità dell’apparire) non possono attecchire in coloro che governano la nostra città, per motivazioni che trascendono la qualità dei singoli: non è la malafede che impedisce ai nostri amministratori di fare fino in fondo il loro dovere: la causa risiede nella mediocrità politica e nella vacuità ideologica dei loro partiti. Uno, quello che tante volte abbiamo definito il partito-azienda, con la sua venerazione per il profitto è l’espressione di un gretto materialismo e di una egoistica concezione della vita. Un partito – non tutti purtroppo sembrano esserne consapevoli – che propone un tipo di organizzazione sociale che perseguendo come unico scopo il dominio della natura e degli uomini risolve – come direbbe Horkheimer – il sapere nella tecnica e la verità nell’utilità, generando un’umanità che non si interrogherà mai sui fini ultimi della vita e della società, ma vivrà asservita soltanto alle esigenze produttive. Gli altri due si son prostituiti per il classico piatto di lenticchie: l’uno svendendo il suo patrimonio fondato sui valori cristiani e sulla solidarietà; l’altro mandando in soffitta la socializzazione e le sue critiche al capitalismo sfrenato, mentre il suo leader, pur di ottenere l’agognata poltrona, non ha esitato ad assumere il poco gratificante ruolo di maggiordomo nella villa di Arcore. Abbiamo salutato con entusiasmo la nascita di questa presunta Seconda Repubblica: è ora di prendere atto che non è migliore della prima. Quella era certamente inquinata dalle debolezze degli uomini ma sapeva esprimere delle grandi idealità; questa è pervasa dal lezzo dell’opportunismo e dal trionfo del nulla.