E SE A MODICA TORNASSIMO ALLE URNE?

 

  

Le recenti esternazioni di Riccardo Minardo riguardanti l'azione amministrativa della giunta Buscema ci inducono a fare alcune considerazioni che, come di consueto, sottoponiamo all'attenzione dei nostri Lettori, con la mai tramontata speranza che i nostri concittadini possano finalmente rendersi conto degli atteggiamenti paradossali, che assai spesso sono assunti dai politici che dovrebbero rappresentarli. Alle esternazioni un po' bizzarre di Riccardo Minardo, diciamo la verità, siamo ormai abituati, ma stavolta riteniamo che abbia veramente oltrepassato la misura, e crediamo che non possa continuare ad offendere l'intelligenza dei modi cani.

Dopo aver ricoperto la carica di vicesindaco nell'amministrazione Torchi ed essere stato, insieme ai quei consiglieri comunali che in lui si riconoscono, perfettamente inserito ed integrato nell'amministrazione - quella delle sagre e della finanza allegra - che ha portato Modica al disastro, egli, sapendo di non poter più sedersi sulla comoda poltrona di Montecitorio, giacché quest'ultima era stata riservata al nipote Nino ­mai la politica, nella nostra città, ha raggiunto un livello co basso! - si è scoperto autonomista ed ha così conquistato una poltrona a Palazzo dei Normanni, menoprestigiosa. di quella romana ma non certo meno redditizia!

Con la stessa disinvoltura con cui ci si cambia d'abito, Minardo cambia bandiera e torna a governare la città, ottenendo assessorati e vicesindacatura! Se si fosse limitato a questo, il nostro sdegno sarebbe rimasto confinato nell'ambito di una critica, per quanto ferma e decisa, verso chi non mostra alcuna coerenza politica e ideologica e che trova perfettamente  normale cambiare casacca ogni volta che i propri interessi politici lo richiedano.

L'on. Minardo, però, non si è limitato a questo, e da quando si ritrova al governo della città, ovviamente dalla parte opposta a quella in cui si trovava un anno e mezzo fa, non ha perso occasione per ricordare ai suoi ex alleati, Piero torchi in testa, tutti i guai che hanno procurato alla città, facendo così scaturire nella testa di ogni essere pensante l’inevitabile domanda: ma lui dov’era quando Torchi e compagnia affossavano Modica? O contava qualcosa, e allora è corresponsabile dei guai prodotti dalla precedente Amministrazione oppure non contava nulla. Lasciamo all’ex senatore l’onere di dare ai suoi concittadini una risposta convincente!
Non contento di criticare i suoi ex alleati, Minardo attacca adesso quelli attuali e queste critiche ci sembrano più incomprensibili delle prime. Sulla questione della Multiservizi sostiene di sentirsi preso in giro perché ancora non è stata chiusa; sull’articolo 14 della finanziaria regionale – quello che consente alle banche di anticipare le somme dovute ai creditori dagli enti locali – afferma che lui “ si è ammazzato” a Palermo per fare inserire quell’articolo nella finanziaria ma qui a Modica non si fa nulla; e, infine, la stoccata finale al sindaco, che di fatto viene accusato di essere troppo accentratore in quanto non concede alcuna autonomia ai suoi assessori.
Nel caso dei suoi ex alleati nasce spontanea la domanda: ma lei dov’era on. Minardo? Nel caso degli auuali, non possiamo non chiederci: ma lei dove sta on. Minardo? Ci risulta che, tramite il vicesindaco e i suoi assessori, lei stia partecipando, e in maniera determinante, all’amministrazione della nostra città. L’ex senatore non è certo uno sprovveduto, per cui sa benissimo che criticando la giunta Buscema sta criticando i suoi assessori e se stesso: perché lo fa allora?

 Noi non abbiamo, naturalmente, la pretesa di conoscere i pensieri reconditi di Minardo, ma confessiamo che un’idea ce la siamo fatta. Ovviamente, non diamo alcun peso alla sua affermazione: “ Noi siamo leali ed onesti. L’accordo amministrativo è forte e solido e continuerà sino all’ultimo giorno di questa legislatura”. Non le diamo peso perché troppe volte abbiamo assistito ai cambi di casacca e al mutamento delle idee dei politici nostrani, compreso Minardo ovviamente, per poter prendere sul serio tali assicurazioni di fedeltà. Abbiamo l’impressione che Riccardo Minardo stia cominciando a prendere le distanze dal sindaco: che stia preparando l’ennesimo cambio di gabbana?
Noi, com’è noto, non nutriamo per lui alcuna stima, perché riteniamo che non abbia elevate doti politiche e perché non amiamo coloro che cambiano frequentemente casacca, ma non possiamo tuttavia non riconoscergli una buona dose di furbizia che, considerato l’attuale livello della politica, gli è stata certamente utile e ancora lo è. Per tale motivo crediamo che Buscema stia sbagliando a ridimensionare la gravità delle sue ultime dichiarazioni e a non volerle”inquadrare in una cornice di critica politica”.
Non abbiamo intenzione di tornare sul discorso dell’anomala alleanza Buscema-Minardo: su tale questione sia noi sia il sindaco ci siamo già ampiamente espressi. Ci asteniamo dunque dal fare ulteriori valutazioni sull’aspetto politico-amministrativo dell’alleanza, ma non su quello politico-ideologico. Ciò ci consente di affrontare un argomento che ci è particolarmente caro e su cui in passato abbiamo fatto volentieri alcune osservazioni. Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino.
Quasi tutti abbiamo gioito per il successivo crollo del socialismo reale nei Paesi dell’Europa orientale, che si liberava finalmente dalla sanguinarie dittature che per tanti anni l’avevano oppressa, ma tutto ciò non deve far dimenticare che crollando , il muro trascinò nelle macerie anche le ideologie, che quando non vengono assolutizzate e venerate, costituiscono uno strumento di elevazione mentale e spirituale: una volta spazzate via, la politica è stata inquinata da un arido pragmatismo e da un deleterio processo di omologazione che ha finito per annullare le differenze. Quella che i tedeschi chiamano Weltanshauung (Intuizione del mondo) – che nella nostra lingua possiamo tradurre con l’espressione “ visione del mondo” – è crollata, e con essa la capacità, che ogni uomo dovrebbe possedere, di avere una personale concezione della vita, della relazione con gli altri, della storia e della progettualità. Se tutto questo non c’è, il politico – come ha recentemente scritto Carmelo Modica- diventa “ lo sbriga-faccende dei suoi elettori”.
Non può dunque esistere vera politica senza una Weltanshauung, e ciò è vero anche quando la politica si occupa di piccole realtà come quella modicana. E’ dalla visione del mondo che si ha, che dipende il tipo di città che si vuole costruire, i valori sui quali la si vuole fondare, come si intende organizzare lo spazio urbano, come si vuole affrontare la questione ecologica, e quale spazio si intende dare a problematiche importanti come quelle del lavoro, della solidarietà, della cultura.
Se la visione del mondo avesse ancora avuto l’importanza che non ha più, Buscema e Minardo non si sarebbero mai politicamente incontrati. Qualcuno osserverà: in tal modo però avremmo  ancora l’UDC e il PDL al governo.  E noi rispondiamo che non soltanto lo sono ancora, perché il loro modo di intendere e fare politica è incarnato perfettamente da Minardo, dal vicesindaco e dagli assessori autonomisti, ma, qualora l’amministrazione Buscema non riuscisse a risolvere i tanti problemi che attanagliano la città, gli esponenti dell’attuale opposizione potranno presentarsi all’opinione pubblica come i futuri salvatori della Patria, loro che ne sono stati gli affossatori. Non si dimentichi, inoltre, - basta saper leggere tra le righe delle recenti esternazioni dell’ex senatore – che Minardo e i suoi tengono sotto scacco il resto della maggioranza, almeno che vogliamo ancora credere alle favole, e considerare le critiche di Minardo un affettuoso e bonario rimbrotto al Sindaco.
Non vanno sottovalutati, inoltre, il recente attacco che la CISL ha sferrato contro l’attuale Amministrazione, la decisione della CGIL di proclamare lo stato di agitazione degli operatori delle cooperative, per il mancato stipendio relativo ad alcune mensilità nonostante il sindaco abbia comunicato ai dirigenti sindacali che i mandati di pagamento sono già in banca e l’ultimatum del Comune di Scicli a quello di Modica per ottenere i sei milioni di euro che l’ente sciclitano deve ancora percepire per la ben nota questione della discarica di San Biagio, nonostante i due sindaci avessero raggiunto un accordo, che prevedeva la rateizzazione del pagamento: qualora Palazzo San Domenico non potrà saldare il debito entro il termine perentorio di tenta giorni, ed è ovvio che non potrà saldarlo, il Comune di Scicli avvierà le procedure per ricorrere al TAR di Catania. La prospettiva non può che essere quella della dichiarazione di dissesto finanziario da parte del  Comune di Modica.
Alla luce di tutto quello che sta accadendo, sarebbe opportuno che il sindaco valutasse in maniera realistica, ad un anno e mezzo dal suo insediamento, se sia davvero il caso di continuare in questa esperienza amministrativa finora fallimentare, anche alla luce della considerazione che non si intravedono le condizioni per un radicale cambiamento di rotta. Dopo Torchi e compagni, era necessario che nelle stanze di palazzo San Domenico cominciasse a circolare aria nuova e non quella stantìa degli accordi impossibili, della solita spartizione delle poltrone e dei consueti e deprimenti rimpasti.
Considerato che la città non può permettersi di vivere per altri tre anni in queste condizioni, forse sarebbe auspicabile che il sindaco decidesse di trovare la strada per dare una soluzione a questa situazione insostenibile, anche a costo di percorrere quella più radicale e risoluta.

 

  

 

QUANDO LA TOLLERANZA ALIMENTA L’INTOLLERANZA

 

   

Prendo spunto dall'articolo "No al Croce­fisso nelle scuole: rea­zioni" di Massimo Culmone, pubblicato sullo scorso numero de La Pagina, per fare alcune considerazioni su tale questione, che mi ri­guarda come cittadino e come insegnante. Da un bel po' di anni, or­mai, si parla di Europa e forse pochi si sono accorti che quella che è stata realizzata è l'Euro­pa -dei banchieri e dei mercanti, non certo quella dei popoli. Coloro che veramente detengo­no le chiavi del potere, a cominciare dalle gran­di multinazionali, non potevano certo dar vita ad una Istituzione che sapesse guardare al di là della logica del mer­cato; non potevano di sicuro pensare all'Euro­pa dei valori, della tradi­zione e delle radici storiche e culturali del vec­chio continente. E' per tale motivo che nella Carta europea non si fa cenno ai principi del Cristianesimo, che, uni­tamente alla religiosità ebraica e alla cultura greca e latina, costitui­sce le fondamenta della nostra civiltà. Nessuna meraviglia, dunque, che la Corte di Strasburgo abbia dato ragione a una signora finlandese che pretende di direi co­sa dobbiamo e cosa non dobbiamo fare a casa nostra! Siamo tutti quanti vittime di un co­lossale equivoco di cui, presto o tardi, paghere­mo le conseguenze: mi riferisco alla idolatria della tolleranza, sul cui altare stiamo sacrifican­do la nostra intelligenza e la nostra libertà. Mi ri­ferisco, ovviamente, al concerto distorto del ter­mine tolleranza, che ha  finito per trasformare un lodevole atteggiamento mentale in un comporta­mento paradossale e talvolta masochistico. E' una contraddizione, logi­ca e linguistica, quella di celebrare l'intolleraza nel nome della tolle­ranza! Avere rispetto per le opinioni diverse dalle proprie, infatti, non significa . doversi sotto­mettere alle opinioni al­trui. La palese intolleranza della signora Lautsi è stata difatti tra­sformata - da un impe­rante e insensato modo di pensare - addirittura in un diritto, e la signra finlandese, non nel nome di una concezio­ne laica della vita, ma in quanto accecata da un ottuso e intollerante laicismo, ha assunto le sembianze della vittima, in una storia in cui, in­vece, le vittime autenti­che siamo tutti noi. Il  crocifisso, per noi occi­dentali, credenti o non credenti, è un segno che ha un'immensa va­lenza simbolica, altro che un "cadaverino", co­me ebbe a definirlo, con inaudita volgarità, in una trasmissione televi­siva di qualche anno fa, un importante e "tolle­rante" rappresentante dell'lslamismo italiano. Per i credenti è il figlio di Dio che muore sulla croce per salvare il ge­nere umano; per i non credenti rappresenta l'manità intera, l'uomo, colto nei momenti più autentici della sua vita, quelli che il mondo d'oggi non sa più vede­re, quali sono la soffe­renza e la morte. Appe­so ad una parete non può davvero dare fasti­dio a nessuno e la pre­sa di posizione di que­sta signora ha più il sa­pore di un acritico pre-concetto che di una problematica educativa. Voglio poi sottolineare che l'Europa del commercio, delle banche e degli affari non ha titoli morali per esprimersi su questioni che non pos­sono essere valutate con l'unico metro che essa conosce e che è quello del profitto, e voglio altresì ricordare che, nonostante i fau­tori dell'europeismo a tutti i costi stiano facen­do di, tutto per annullar­la, la sovranità naziona­le non si è ancora di­sciolta in quell'ibrido calderone che è quest' Europa senz'anima e che rinnega la sua sto­ria. La nazione italiana, nonostante la farnetica­zioni della Lega, per fortuna esiste ancora, e finché esiste un popolo che si riconosce in valo­ri millenari e che è unito da un comune sentire,

questo popolo ha il sa­crosanto diritto di difedere se stesso attraver­so la conservazione e la tutela della propria tradizione. Forse è giun­to il momento di aprire gli occhi e di non farsi ingannare dal tranello che ci 'ha teso la cultu­ra della falsa tolleranza. E' giusto, ad esempio, che ai tanti musulmani presenti in Italia sia da­ta la possibilità di poter­si riunire per pregare il loro Dio; un po' meno, forse, costruire mo­schee.

Il mondo arabo, il quale non accetta che sui suoi territori siano co­struite chiese o sinagoghe, non è intollerante, come spesso superfi­cialmente si ritiene, ma è, più semplicemente, custode della sua me­moria storica. E non stiamo parlando di una tribù di cannibali sperduta in qualche remota regione del pianeta, ma di un mondo che ha dato un contributo ine­stimabile al progresso del sapere, in tutte le sue manifestazioni materiali e spirituali. La­sciamo che nel nostro Paese rimangano le chiese, ma non per in­tolleranza o per bigotti­smo, ma perché sono una testimonianza arti­stica e spirituale dell''Occidente e pertanto di ciò che siamo stati e siamo; nella consapevo­lezza, tra l'altro, che ab­biamo il dovere di la­sciare a chi verrà dopo di noi un segno tangibi­le della cultura che li avrà resi ciò che saran­no e nella certezza che un popolo che rinnega il proprio passato è un popolo che non ha futu­ro!