IL
TRIBUNALE DELLA DISCORDIA
Abbiamo seguito con molto interesse e particolare attenzione
la controversa questione sul presunto credito di sei milioni di euro ( per il
mancato pagamento del canone di locazione) vantato dal Comune di Modica nei
confronti del Ministero della Giustizia. La nostra prima considerazione, che
vogliamo porre all’attenzione dei nostri lettori, è di natura tecnica,
intendendo con ciò l’analisi, breve e sintetica ovviamente, di quanto è
accaduto. Il Sindaco, in una sua lettera al Ministero della Giustizia, del
Maggio 2007, fa un accurato excursus sulla vertenza, ricordando le varie
delibere delle Giunte Municipali che si sono susseguite dal 1969 in poi, anno
in cui fu stabilito di redigere il progetto per la costruzione del nuovo
Palazzo di Giustizia, ed in particolare la n. 1059 del 5.12.1979, con la quale
la Giunta approvò il progetto “ per l’acquisizione e lo spianamento dell’area
destinata al costruendo palazzo di Giustizia”. La lettera del Sindaco prosegue
con l’ elencazione delle varie delibere riguardanti i mutui contratti con la
Cassa depositi e prestiti, per finanziare il progetto. Da quanto risulta dalle
delibere n. 43 (14.4.1980), n. 55 (23.2.1994) e n. 61 (19.4.2002), il Comune di
Modica ha contribuito alla costruzione del nuovo Tribunale per un importo
complessivo di 4 miliardi e 400 milioni delle vecchie lire. Il Ministero, nel
Gennaio del ’91, esprimeva parere favorevole sul progetto, e, ai fini del completamento
dell’edificio, stanziava la somma di lire 19 miliardi e 800 milioni. Dalla
relazione del Segretario Generale del Comune, invece, si evince che il
contributo del Comune è stato di lire 5 miliardi e 700 milioni, su una spesa
complessiva di 27 miliardi. La non corrispondenza fra i dati forniti dal
Sindaco e quelli prodotti dal Segretario Generale dimostra come al Comune non
abbiamo affatto le idee chiare sull’intera vicenda. Ad ogni modo, nell’uno o
nell’altro caso, è evidente la
sproporzione tra quanto speso dal Comune e quanto dal Ministero, e ci sembra,
pertanto, più che giustificata la tesi di Francesco Mele – Direttore generale
del Ministero – sostenuta nella sua lettera, in risposta al Sindaco Torchi,
pervenuta al Comune di Modica nel mese di Luglio e protocollata in data
21.8.2007, là dove questi afferma che “ lo Stato non può corrispondere canoni
di locazioni per un’opera pubblica che ha finanziato quasi integralmente per un
importo rilevantissimo”; considerato, tra l’altro, che “l’impegno economico del
Comune di Modica è stato minimo rispetto all’importo necessario per la
costruzione dell’edificio, quasi totalmente finanziato dallo Stato”. Le pretese
del Sindaco appaiono ingiustificabili alla luce del DPR 187/1998, che, al 1°
comma dell’Art. 1°, recita testualmente: “ Il contributo – del Ministero – è
determinato sulla base dei consuntivi delle spese effettivamente sostenute dai
Comuni nel corso di ciascun anno”. Ma il Comune di Modica, come fa giustamente
osservare il Direttore Generale del Ministero, relativamente ai canoni di
locazione, non sostiene alcuna spesa. Perché mai, dunque, dovrebbe essere
rimborsato dallo Stato? Dobbiamo poi
confessare di non aver capito nulla
dell’autodifesa di Torchi su “Il Giornale di Sicilia” del 29 Settembre. Una
confusa e caotica elencazione di date e di cifre dalle quali non si evince
niente. Nutriamo la speranza, ovviamente, che un’ intelligenza superiore alla
nostra sia in grado di chiarirci questo inestricabile labirinto di dati, che si
susseguono senza ordine temporale e, a parer nostro, senza una logica
consequenzialità. Non ci addentriamo nell’accurata analisi di leggi e decreti,
sia perché non ci compete sia perché non abbiamo alcuna intenzione di torturare
chi ci legge. Il nostro intento è quello di trarre, dall’intera vicenda, delle
considerazioni di carattere etico-politico. Il
Sindaco sostiene che, dal 2001, il Comune vanta – per il mancato pagamento del
canone di locazione da parte del Ministero – un credito di quasi sei milioni di
euro. Tuttavia, il fatto che ancora nel Maggio 2007 egli è costretto a
sollecitare il Ministero a saldare il suo presunto debito dimostra non soltanto
che il Ministero della Giustizia non ha mai versato nulla nelle casse comunali,
ma, soprattutto, che la Giunta Torchi non ha mai avuto, in questi anni, la
matematica certezza di poter incassare i soldi ministeriali. Nonostante ciò,
ogni anno, ha puntualmente messo in bilancio la cifra non indifferente del
canone di locazione, fino a raggiungere quella di 5 milioni e 7oo mila euro nel
conto consuntivo per l’anno 2006. Non possiamo che constatare, amaramente, che
il nostro Sindaco, oltre ad amministrare una città virtuale, come abbiamo più
volte scritto, ha avuto, in questi anni, anche la pessima abitudine di fare
altrettanto coi soldi dell’Ente che amministra: i soldi spesi – e purtroppo
sappiamo che una buona parte lo sono stati per organizzare fiere, sagre e
viaggi costosi e insignificanti, e pertanto per mera propaganda – facendo
affidamento su un bilancio virtuale non possono che essere soldi virtuali.
L’Amministrazione Torchi, pertanto, sarà ricordata non soltanto per aver
distrutto l’Ethos di questa città e per averla trasformata in un mostruoso
agglomerato di cemento, non soltanto per averla resa un grande e caotico mercato,
che, inevitabilmente, ha creato un volume di affari ormai stratosferico ( ed è
paradossale che il Sindaco si faccia ora paladino della tolleranza zero: non
era necessario possedere doti di divinazione per capire che i soldi, per i
delinquenti, sono come il nettare per le api), ma sarà ricordata, altresì, per
l’ ”allegria” con cui ha gestito le finanze comunali, creando una voragine che
non ci rende né sereni, né tanto meno allegri. Le casse comunali sono in
condizioni pietose e la città è in ginocchio, ma il nostro Sindaco, come
sovente gli capita, non ci sembra preoccupato: tra Eurochocolate,
Notti Bianche e qualche sagra, il divertimento, per i suoi concittadini, sarà
comunque assicurato, e col divertimento costoro dimenticheranno che il loro
Sindaco ha condotto la città sul lastrico, e, non contenti, prima o poi lo
manderanno a Palermo, col risultato che il Sindaco incrementerà sensibilmente
le sue finanze e il Comune, senza più un soldo, non pagherà in ritardo i propri
dipendenti, come avviene da anni: e non perché li pagherà in modo puntuale, ma,
più semplicemente, perché non li potrà pagare più. La nostra ultima
considerazione sull’affitto della discordia vogliamo riservarla all’aspetto più
grave dal punto di vista della prassi istituzionale e più inquietante sotto il
profilo della correttezza democratica. Nel bilancio di previsione per
l’esercizio 2007, approvato il 9 Luglio, è stato inserito lo stanziamento di un
milione di euro per il fitto del tribunale per l’anno 2007, “dovuto”,
naturalmente, dal Ministero della Giustizia. Il Sindaco e la sua
Amministrazione, pertanto, continuano ad inserire in bilancio, come se nulla
fosse, fondi assolutamente inesistenti. E, come se non bastasse, l’11 Settembre
il Consiglio Comunale approva il consuntivo 2006, in cui vengono inseriti, come
residui attivi, 5 milioni di euro, “dovuti”, come sempre, dal Ministero, come
canone di locazione per gli anni 2001-2006. I consiglieri, però, non vengono
informati della lettera del Luglio 2007, con la quale il Direttore Generale del
Ministero informava il Sindaco che “ nulla pertanto è dovuto a titolo di
locazione per l’immobile utilizzato dagli Uffici giudiziari”. La scorrettezza
istituzionale è gravissima; il colpo inferto ai principi più elementari della
dialettica democratica è serio ed inquietante. Occorrerebbe ricordare a chi ci
amministra che viviamo in una democrazia rappresentativa, e pertanto lo sgarbo
istituzionale fatto al Civico Consesso è uno schiaffo dato all’intera
cittadinanza. Su tutto ciò, che è più importante delle cifre, delle delibere e
persino dell’enorme buco nel bilancio dell’Ente, il Sindaco, nella confusa
autodifesa di cui abbiamo detto, tace! Ci auguriamo che abbia il pudore di
tacere, e che nel silenzio della parola possa farsi sentire la voce della riflessione
e del pentimento, quel 65% di nostri concittadini che lo ha rimandato a Palazzo
San Domenico.
Giuseppe Ascenzo
IL TRASLOCO DELL’ONOREVOLE MINARDO
La vicenda del trasloco di Minardo,
e dei suoi fedelissimi, da Forza Italia al Movimento per l’Autonomia di
Raffaele Lombardo, costituisce un’ulteriore prova – qualora ce ne fosse ancora
bisogno – dell’infimo livello che la politica ha ormai raggiunto a Modica, come
nel resto del Paese. Ciò che maggiormente indispone, in questo ennesimo cambio
di casacca – che già di per sé è un fatto sconfortante e avvilente – è la sfrontatezza con cui si pretende di
farsi beffe dell’intelligenza altrui: si cerca di spacciare una mera questione
di potere – di spartizione di poltrone, per parlar chiaro – per una causa
nobile, riconducibile a tematiche di ordine valoriale e a problematiche di
carattere ideale. Tutti sappiamo, infatti, che Minardo
ha abbandonato Forza Italia perché riteneva che il suo ruolo, all’interno del
partito, fosse stato ridimensionato, non avendo ottenuto i due assessorati da
tempo richiesti: uno al Comune di Ragusa ed uno alla Provincia. In effetti, il
malcontento di Minardo è iniziato nel momento in cui
è sceso in politica il nipote; una rottura degli equilibri all’interno della
famiglia, insomma, che tuttavia non impedisce a Minardo
di criticare il suo ex partito, accusato di “ funzionare ad uso personale”:
esclamare “ da quale pulpito viene la predica” è a questo punto inevitabile. Il documento redatto da Minardo
e dai suoi amici, con cui si motiva la fuoriuscita da Forza Italia, è un
autentico capolavoro: è il politichese che uccide la trasparenza del
linguaggio, la retorica che uccide la verità, la maschera che copre la vera
identità. Benché consapevoli del rischio che corriamo – quello di tediare i
nostri lettori – non possiamo non citare questo scampolo di prosa, che la dice
lunga sulla politica che ha come fondamento il nulla, e della quale Minardo, a Modica, è probabilmente il suo massimo
rappresentante. “ Non si è più nelle condizioni di poter fare politica secondo
i dettami della propria coscienza e soprattutto non si possono perseguire i
reali bisogni della gente in modo libero ed autonomo. Tra servire il partito
secondo regole che non si condividono più, perché verticistiche, e servire la
propria coscienza non c’è scelta. Il dovere di coscienza vince sempre”. E’
straordinario pensare che se l’onorevole fosse stato accontentato – nel senso
che gli fossero stati offerti i due assessorati richiesti – questa invettiva
non soltanto non sarebbe stata pensata ed espressa, ma, al contrario, avrebbe
assunto le peculiarità di un giuramento di eterna fedeltà al partito e di
imperitura gratitudine! Il tutto, naturalmente, e come sempre, per “perseguire
i reali bisogni della gente”. Pensavamo che la coscienza e il dovere dovessero
essere, sempre e comunque, in stretta connessione con i più alti e nobili
ideali che talvolta albergano nell’animo umano: apprendiamo, non senza
rammarico, che adesso è possibile connetterli con le cariche assessoriali.
Appare poi paradossale che a lanciare accuse di regole verticistiche in Forza
Italia è colui che mise in atto i famosi tagli al momento della presentazione
delle liste per le elezioni comunali, “facendo fuori” i cinque candidati legati
al nipote: fu quella un’azione da ascrivere alla normale dialettica democratica
o un atto di arroganza politica più
grave persino del verticismo che ora denuncia?
Si tratta di affermazioni che lasciano trasparire un’impudenza davvero
inaccettabile. Qualcosa, infine, vogliamo dire sulla sua adesione al Movimento
di Lombardo. Cambiare bandiera – lo sosteniamo da anni – è un fatto che
disapproviamo e condanniamo con tutte le nostre forze, ma quest’ultimo cambio
di Minardo – tutti sanno, infatti, che non è
certamente il primo – getta, a parer nostro, un ulteriore discredito sulla
politica, che è già abbastanza screditata di suo: come si può, infatti,
diventare autonomista dall’oggi al domani? Come si può dichiarare, non appena
indossata la nuova casacca, di condividere “ questo progetto per la Sicilia,
che ha lo scopo principale di tutelare gli interessi della nostra terra e di
contribuire a renderla più autonoma”?
L’adesione ad un progetto autonomista presuppone la conoscenza storica del
fenomeno autonomista siciliano, delle sue affinità e delle sue differenze con
quello federalista e soprattutto un serio percorso di riflessione, di analisi,
e, infine, di adesione al progetto. Ci pare, francamente, che tutto ciò non sia
riscontrabile nel caso in questione. Forse, il silenzio sarebbe stata la scelta
più consona ad un’operazione come questa, che non va al di là del mero
opportunismo. Sui fedelissimi che lo hanno seguito, lasciamo ai nostri lettori
giudicare se sia più corretto seguire i propri convincimenti o gli ordini di
scuderia. Un’ultima considerazione, che è per noi la più importante. Tutta la
vicenda, come abbiamo già detto, non è che lo specchio del degrado della
politica italiana ed è naturalmente da biasimare, ma, ciò che determina in noi
un sentimento di profondo avvilimento non è ovviamente il cambio di casacca di Minardo e di tanti altri politici nostrani – di cui, in
fondo, poco ci importa, non nutrendo per costoro alcuna stima – ma è la
constatazione di quanto basso sia diventato il livello dell’elettorato
modicano, che questi signori li ha votati e che sicuramente, ne siamo purtroppo
certi, continuerà a votarli.
Giuseppe Ascenzo