7° chiodo
Dalla
parte dei villani modicani
Pubblicato in La pagina
del 28 dicembre 2010
La
elaborazione
di un libello attorno a nove villani fucilati alle ore 14 del 24 settembre
1860, fuori dall’abitato di Modica, presente un magistrato, responsabili di un
furto con violenza alle cose e minaccia a mano armata, ci ha costretti ad indagare
la qualità politica e morale della governo che rese possibile tale carneficina
giudiziaria. (1)
Non è difficile
verificare la perfetta sintonia di intenti della
componente politica e di quella giudiziaria dei governanti di allora, nel
determinare l’eccidio.
Questa indicata e
fondamentale riflessione, penetrando negli anfratti del nostro più profondo
essere, forse raggiungendo quello stadio ancestrale
che appalesa in forma irresistibile la nostra vera natura, ci ha fatto scoprire
che siamo decisamente, senza se e senza ma, dalla parte dei villani.
Davanti ad un simile
evento è divenuto naturale riflettere sul significato dell’agire nobile visto che quel potere era espressione di una comitiva di
famiglie signorili che ci avrebbero inseguito fino ai nostri tempi con ritratti
appesi nell’aula del consiglio comunale, con busti nelle pubbliche piazze e
nella toponomastica cittadina.
Abbiamo ripercorso
l’itinerario della regressione delle caste convincendoci che dopo il Primo
Stato (clero), il Secondo (l'aristocrazia), il Terzo (la borghesia) ed il Quarto (il proletariato) sta emergendo il quinto Stato
che molti definiscono quello dei "mendicanti, dei banditi e dei dementi".
Ciò consiglia di
verificare se la qualità umana, culturale e politica di questo emergente
“Quinto Stato” è merito di quel “volgo” che l’Abate De Leva definì con queste
parole, ”Guai se il volgo si immischia e vuol
prendere il posto e far la parte dell’Uomo pensante, allora ogni buon dritto va
alla malora,[…].”, (2) oppure è qualità consolidata della casta cortigiana:
insieme indistinto di notabili, indolenti principi, baroni, arrampicatori, giuriconsulti, mercanti, alti dignitari della struttura
burocratica con rispettive mogli ed amanti che affollavano le corti dei
monarchi dell’ottocento e dei loro attuali discendenti, ulteriormente degradati
nei tanti cavalieri del lavoro, alte cariche e dignitari dello Stato che
vogliono dare sostanza, di una non altrimenti riconoscibile nobiltà, nei “rituali
del potere” che si esibiscono nelle varie inaugurazioni di anni giudiziari
e accademici o nei lussuosi saloni centrali e periferici per la festa della
repubblica.
E’ in questi
ambienti che, con la r moscia e con manifesti segni di indignazione
e di superiorità, si parla di avvento del “Quinto Stato”. Sono le stesse
“auguste” persone, che con vestiti gessati caracollano con la spalla cadente,
su guide di velluto rosso cardinale; imbellettati con toghe buttate sulle
spalle e copricapo cadenti ma con quella “nobile trasandatezza” di chi vuole
intendere che egli vale a prescindere degli orpelli che l’alta carica
rivestita, suo malgrado, gli impone di indossare.
Sono riconoscibili
anche dal bigliettino da visita dove esibiscono tutti
i titoli, anche il diploma della Scuola radio elettra,
ma poi, prima di porgertelo lo sbarrano con un breve segno della penna per
dirti ché, poi tutto sommato ed in particolare con te, non ci tengono. Parafrasando Hans Magnus Enzensberger
verrebbe da dire che con riferimento ai tempi attuali qualcuno dirà “ai
tempi dei "mendicanti, banditi e dementi" non sapevamo di vivere i
tempi dei "mendicanti, banditi e dementi".
Ci siamo anche chiesti: chi sono i “villani”? Ed abbiamo trovato anche una risposta.
(1) Per saperne di più si suggerisce
“G. Chiaula, Il mistero dei nove, edizioni Setim Modica 1998, che può essere letto presso qualsiasi
biblioteca o archivio della nostra provincia dove, come tributo solo ai
nove villani, noi stessi abbiamo provveduto a distribuirlo. Il titolo
provvisorio del nostro libello è, invece, “Cuoppuli e
cappedda” individuando nella protervia di quest’ultimi la risoluzione del “Mistero”.
(2) Archivio De Leva-Corrispondenza
De Leva - Agnello, b 6/4, Lettera del 5 XII
Carmelo Modica
10° chiodo
Del nobile agire
Pubblicato ne
Vincenzo Civello
nella sua “Lettera al direttore” - La pagina del 28 gennaio 2011 - sulla querelle Chiaula-Poidomani, coglie, a ragione, un mio riferimento al
concetto del “nobile agire”.
Il tema mi interessa
ecco perché accolgo io l’invito del direttore a parlarne perché sono sempre più
convinto che, ridotta la politica ad inconsistente, chiassoso, volgare ed
inutile cortile di due tifoserie, ogni azione degna deve partire da riflessioni
pre-politiche.
Da “villano” preferisco avviare il
discorso ricordando che la politica è cultura
come visione del mondo ed è, quindi,
anche, manifestazione della vita spirituale di un popolo che costringe a
parlarne nei termini con i quali si definisce e si caratterizza la sua Tradizione.
Un tempo, in questa nostra Patria modicana, tutto era condizionato e dettato
dalla natura e dai suoi ritmi, a partire dall’alimentazione
e dall’accorto e migliore uso delle risorse. E ancor quando queste fossero
poche, il che avveniva molto spesso, quel mondo funzionava, perché le maggiori
disponibilità improvvise non facevano mutare l’atteggiamento culturale.
Nulla
era affidato al caso e tutto si svolgeva secondo regole fissate nella mente ed oralmente tramandate. Ogni appartenente alla famiglia
aveva un ruolo preciso.
La
domenica tutti si radunavano in piazza per incontri di amicizia o di lavoro e i
“contratti” venivano firmati con un bicchiere di vino
ed un pezzo di bollito. Se i contratti erano molti
si diventava “allegri di vino”, e l’ubriacatura non inficiava
minimamente la parola data e siglata con una stretta di mano, anche se veniva
data barcollando e strascicando le parole.
“A
putia ro vinu” era una
sorta di luogo sacro, nel quale si consolidavano le amicizie, ed era anche
l’ufficio notarile che, senza carte e scartoffie, registrava le volontà
espresse e le conciliava fino a quando non venivano
innaffiate dal sangue della vite che le trasmutava in patto. La piazza domenicale
affollata materializzava il popolo. Ed anche quando il lunedì mattino la
sobrietà ripristinata evidenziava un assurdo contratto
la parola data non era più, per entrambe le parti, ridiscutibile.
Poteva questo
rientrare in un “nobile agire”? No non era possibile
perché a quei villani mancava il sigillo del marchese, del barone, del don o
del voscenza.
Nei tempi attuali
l’agire nobile è attribuzione del colonnello, del notabile, del professore, del
“grado terzo”, dell’onorevole, del medico o del magistrato; il sigillo è, però,
la puzzetta al naso che nella sua antropologica
essenza non fa distinguere il ricevuto e spontaneo rispetto dato dal servilismo
preteso. Una visione aristocratica che si manifesta con cene che sono veri e
propri riti di ostentata munificenza per pagare ritenuti servi, incapace com’è,
per sua intrinseca natura, di riconoscere
il vero rispetto, il disinteresse ed il distacco.
Nel settembre del
1860 nove delinquentelli, villani modicani non
poterono impedire ad esponenti di una comitiva di
famiglie signorili di fucilarli (1). Ora abbiamo un grande vantaggio esistono
più strumenti per opporsi a chi pensa di calzare “cappedda”.
E questo “10° chiodo” è uno dei tanti possibili.
Questo, caro
Vincenzo Civello, mi sembra l’origine di un itinerario
che possa consentire di riconoscere i “cappedda”
dal “nobile agire”, stigmatizzandone i comportamenti.
Bisogna
culturalmente agire perché il lignaggio della carica non sia la maschera della
mediocrità morale e politica di chi la ricopre ma viceversa
sia la qualità della persona a nobilitare la carica ricoperta.
Carmelo Modica
(1) Per saperne di più vedi
www.labibliotecadibabele.it
13° chiodo

Il “Mistero” dei
nove poteri
Pubblicato 12 aprile
2011
In questa
overdose di “Unità d’Italia” in cui mi ha immerso chi da giovane e maturo aveva
bruciato in piazza tanti Tricolori
che allora, anni ’60, impedirono il trionfo della bandiera rossa con falce e
martello, vilmente sostenuta dal dolcissimo
Bianco Fiore democristiano, ho riservato un angolino del mio tempo per rivedere
il film di Florestano Vancini
“Bronte - Cronaca di un massacro che i libri di
storia non hanno raccontato” del 1972.
Il rogo dei libri è noto a tutti; la
democrazia del terzo millennio lo ostenta come icona irripetibile di un mondo
ormai libero dalle dittature tutto impregnato di consenso, solidarietà,
rispetto dei diritti civili e vero trionfo della democrazia.
Questa overdose è il rogo del terzo
millennio: tutta una letteratura storica è stata messa all’indice e bruciata in
quel grandissimo falò della retorica patriottarda; overdose non dissimile da
quelle celebrate dai regimi totalitari.
Nel Nino Bixio di “Bronte”, ho visto il volto del potere; quello uguale sempre
a se stesso, allora come ora, così percepito anche da Vincenzo Civello, nella sua “Lettera
al direttore” pubblicata in questo quindicinale del 28 febbraio 2011,
quando si chiede perché l’autore del “Mistero
dei nove” villani fucilati nel settembre 1860, vuole escludere ogni
con-fusione con il potere tout court della componente giudiziaria circa le
responsabilità della fucilazione.
Succede che lo stesso libro dopo
ogni rilettura apre nuovi orizzonti culturali e nuove riflessioni: dipende
dalla propria maturazione, dalle nuove conoscenze acquisite e dalla maggiori verifiche sul valore dell’autore.
Rileggere “Il mistero dei nove” di Giuseppe Chiaula,
sulla sollecitazione dello scritto di Vincenzo Civello,
dopo aver rivisto “Bronte, cronaca di un massacro” e nel pieno
dell’overdose prima richiamata, mi ha fornito nuovi spunti interpretativi.
Questa ultima lettura mi ha mostrato
una… contraddizione?
Il libro nel suo insieme appare un libro
“revisionista” perché evidenzia un atto di palese ingiustizia dei padri
fondatori del Risorgimento italiano che tutta la pubblicistica degli “storici veri ed organici” rifiuta
sdegnosamente. Lascia intendere che
Carlo Papa e Giuseppe Vernuccio brigarono per
nascondere, o mitigare, il loro essere stati giudici
della Commissione Speciale che condannò a morte i nove villani. Ma, contrariamente
ad ogni logica, quando l’autore si pone il problema del perché siano spariti
gli atti del processo ai nove, che di questa ritrosia ad ostentare
tale alto incarico poteva essere una logica conseguenza, in maniera determinata
arriva a sostenere che tale responsabilità è da attribuire ad una scelta del gruppo all’epoca
politicamente dominante a Modica, perché per
Come
dire che un magistrato è naturalmente sempre al di sopra di
ogni sospetto: una vera e propria qualità
morale originaria e primordiale … una vera grazia di Dio. Come se
durante il ‘68 non si fosse verificato a Milano di vedere magistrati sui palchi
a comiziare accanto a esponenti di lotta continua.
Come se non fosse vero che furono quattro gatti i magistrati italiani che si
opposero al giuramento
di fedeltà al regime Fascista; come se non fosse sufficiente la
vasta letteratura prodotta da “Magistratura
democratica” per verificare quantomeno la presenza di sofferta attività
che nulla aveva a che vedere con i criteri di giustizia.
E’ davvero singolare
che l’autore del “Mistero dei nove”,
il quale, per sua ammissione, si muove in una
situazione di scarsissima documentazione, l’unica cosa che percepisce con
certezza assoluta è la estraneità dei giudici della Commissione Speciale sulla
sparizione degli atti del processo. Ovviamente qui non si vuole ipotizzare una
supposta visione corporativa dell’autore del libro, essendo egli un magistrato
in pensione, visione tutto sommato scusabile perché può far parte delle umane
cose ed essere attuata anche in maniera inconsapevole, ma semplicemente
evidenziare come il Potere tout court nella sua ansia di asservimento, produce
i suoi effetti a prescindere della consapevolezza dei vettori culturali; nel
caso in esame, infatti, si rende omaggio ad una
supposta suddivisione dei poteri attraverso la imposizione della onnipotenza
morale di uno dei poteri, quello giudiziario, il che, di per se, è prova di una
visione totalitaria ed assoluta.
Ecco il vero “Mistero dei nove” …poteri: la pretesa che nel Potere tout
court, “spalmato” tra Governatore
provinciale, Governatore del Distretto di Modica, Questore, Delegato di
polizia, Comandante della guardia nazionale, Militi deviati, Comitiva di
famiglie signorili, Gabellotti, e Commissione
speciale penale, tutte insieme appassionatamente nel produrre una “carneficina giudiziaria”, vi fu una
componente, quella giudiziaria, immacolata, indipendente e… nobile.
Carmelo Modica