Dialogo 20 Giugno 2003
“Quella che un tempo i filosofi chiamavano vita si è ridotta alla sfera del privato, e poi del puro e semplice consumo, a un’appendice del processo materiale della produzione, senza autonomia e senza sostanza propria”( dalla “Dialettica negativa” di Theodor W. Adorno)
Ritengo che queste considerazioni di Adorno possano costituire un’occasione di profonda riflessione su ciò che Heidegger definiva il nostro essere-nel-mondo. Sarebbe auspicabile che ciascuno di noi avesse il coraggio d’incamminarsi, senza paura e senza infingimenti, lungo i sentieri, troppo spesso inesplorati e per questo incompresi, della propria interiorità, per scoprire, appunto, l’autentica dimensione del suo essere-nel-mondo. L’alternativa che s’impone è tra l’Avere e l’Essere, tra l’uomo della società opulenta, che per Fromm, “è solo ciò che ha e ciò che consuma” e l’uomo radicato nella dimensione dell’Essere. Il liberismo esasperato, il neocapitalismo, l’etica calvinista del lavoro, che ha permeato di sé anche Paesi, come l’Italia, di antica e consolidata tradizione cattolica, stanno intossicando le nostre intelligenze e le nostre coscienze, iniettandovi un veleno che ha il sapore aspro del materialismo più becero e del più intemperante egoismo, dimentichi che – come scrisse Marx – “meno si è e meno si esprime la propria esistenza; più si ha e più è alienata la propria vita”. Il tempo della nostra quotidianità è scandito da nuovi riti, simboli di un rinascente paganesimo che non ha più le sembianze antropomorfiche e rassicuranti degli antichi dei, ma il volto gelido ed amorfo del metallo, e le banche, nuovi templi, nascono e si riproducono come i tentacoli di una piovra, mentre i nostri padri, cui spesso guardiamo con aria di stupida sufficienza, edificavano scuole e monasteri, nella consapevolezza che i valori dell’istruzione, dell’educazione e della spiritualità sono quelli che ci qualificano come uomini, sotto il profilo morale e intellettuale. Una civiltà come la nostra, nella quale la meta suprema è l’Avere, e la logica che la sostanzia è quella del profitto, è destinata ad autodistruggersi; come osserva giustamente Horkheimer, la pretesa è quella che l’uomo eserciti il suo dominio sulla natura, ma la conclusione è il dominio dell’uomo sull’uomo, giacchè non è possibile sfruttare la natura dal punto di vista economico e produttivo senza che alcuni uomini ne sfruttino degli altri. E’ triste constatare che l’attuale Governo italiano sta spingendo il nostro Paese in tale direzione; un Presidente del Consiglio, che definisce l’Italia un’azienda e che individua nella capacità di produrre di più l’elemento che qualifica positivamente uno Stato, non è degno, moralmente e politicamente, di essere il nocchiero di una nave che, ben lungi dall’essere un’azienda, è in primo luogo una Nazione, una comunità di persone accomunate dalla stessa storia e dalla medesima tradizione, dalla stessa lingua e da un comune sentire. Purtroppo, come ho già avuto modo di scrivere, il liberismo sfrenato, con le sue implicazioni materialistiche e consumistiche, che regna, incontrastato, a Palazzo Chigi, fà sentire i suoi malefici effetti anche in periferia e pertanto anche nella nostra città. Per un po’ di tempo, ad esempio, è sembrato che i destini di Modica fossero legati alla risoluzione della diatriba sorta tra l’associazione dei commercianti e quella del polo commerciale; siamo stati anche più volte rassicurati, senza che, per la verità, ne sentissimo il bisogno, circa l’insediamento a Palazzo San Domenico di un tavolo tecnico tra Comune, esercenti e sindacalisti. Chi scrive non ha alcuna intenzione di entrare nel merito della questione, anche perché sarebbe contraddittorio con quanto appena detto, ma soltanto il desiderio di far notare a coloro che ci amministrano che ridurre la politica a fatto meramente ed esclusivamente economico non può non condurre in quel baratro, che è insieme ideologico e morale, di cui ho detto. Non sono, ovviamente, così sprovveduto da non tenere in debito conto la situazione commerciale e produttiva della città, ma Modica, per la sua storia politica e culturale, merita ben altro. Promuovere lo sviluppo economico della città che si governa è un fatto di per sé positivo, farne la ragion d’essere dell’azione politica è fuorviante e negativo. Il turismo, il polo commerciale, la zona artigianale sono in cima ai pensieri dei nostri amministratori, ma, per quanto siano realtà importanti e necessarie, se assolutizzate rischiano di farci impantanare, tutti, nella palude di una visione materialistica, e dunque gretta, del vivere comune, e, col tempo, di ridurre i cittadini dell’antica Contea ad ingranaggi “senza autonomia e senza sostanza propria” di un meccanismo economico-produttivo che mercifica tutto, persino l’esistenza. C’è un patrimonio storico-culturale da recuperare, un senso civico da ricostruire, una spiritualità da far rifiorire; non vorremmo che tutto ciò fosse sacrificato sull’altare di una nuova, mostruosa divinità: l’azienda Modica!
Giuseppe Ascenzo