Carta bianca gennaio 2011

 

 

Il perché della "non politica"

 

Guai a quell'uomo che nel suo periodo dell'essere bambino non potette rientrare a casa con ginocchia rotte e capelli al vento

Il principio della "pari dignità" nella politica modicana viene invocato, per sopperire alla quantità di voti, principalmente dai capicorrente, dai più piccoli capispifferi ma anche dai singoli consiglieri comunali che dispongono di un seppur piccolo pacchetto di voti determinante; il suo uso permette di nobilitare ciò che in effetti è un famelico appetito di potere.

Vi si ricorre anche perché non esiste autorità che possa misurare questa dignità. Vi furono tempi in cui tutto l'ambiente sociale selezionava l'uomo degno: non era necessaria alcuna attività autoreferenziale nè "iniziazioni" tipo "Premio alla modicanità" rilasciato da Commissioni... "presuntuose".

In un ambiente di basso livello morale il termine "dignità" si utilizza anche perché è fico usarlo, basti pensare che pochi anni fa alcuni politici e sindacalisti sostennero di applicarlo alle nascenti circoscrizioni dei Vigili Urbani con la conseguente pretesa che la "Circoscrizione di Frigintini" dovesse avere lo stesso organico di vigili urbani della "Circoscrizione Modica centro": esempio di dignità che può convivere con la demenza.

Viviamo dei tempi in cui sono scomparsi modi di essere in armonica relazione con il significato di termini come carattere, onore, fedeltà, fermezza, dovere, parola data, puntualità, vergogna, coerenza, dignità. Questa scomparsa non è solo colpa dell'avvento di una democrazia volgare e delinquente, che ritiene inconciliabile tali elementi caratteriali con la necessità di dialogare o trovare, pur nella fermezza delle proprie posizioni, utili compromessi operativi per il bene comune.

Il danno maggiore in questa direzione è d'attribuire a quella casta che intrisa dell'aristocratica autocoscienza di essere in possesso di una elevata cultura ha maturato un senso di profondo disprezzo del modo di vivere borghese, affidando il riconoscimento del nobile agire ad un antico e consunto blasone oppure a "dignitarie carriere" per anzianità che forse solo una democrazia antimeritocratica gli poteva consentire di realizzare.

Erano gli anni '80 quando ebbi occasione di frequentare, in una villa nelle campagne di Vibo Valentia una famiglia nobile. Viveva in una tenuta che mi ricordava quella della saga arturiana dei miei ricordi infantili dei film visti a Modica al "Cinema Moderno".

Nell'adolescenza avevo letto il codice dei "cavalieri medievali" e la descrizione della vita dei templari e poi, ancora... Evola, Guenon, Nietzsche, Codreanu e Mishima che mi avevano impresso un mondo mitico in cui il nobile agire era l'ossessione, il riferimento alto, la meta, l'orizzonte irraggiungibile e concreto perché utopico.

Venni anche coinvolto in quelli che dovevano essere gli ultimi residui di un giusto sentire, quando con il convinto giuramento di fedeltà alla Repubblica Italiana, dichiarai di accettare liberamente quello status di militare che sollecitava il senso del dovere e dell'onore e della fedeltà richiedendomi di agire non per timore di pena o speranza di ricompensa, ma per intima convinzione di adempiere ai propri doveri (vecchio regolamento di disciplina militare), guardando i superiori negli occhi e con la fierezza del "nec timor nec temeritas" che il motto del mio corso, moralmente mi imponeva.

Avevo raggiunto, però, l'età e la consapevolezza che quel mondo rimaneva un mito avendo esso perduto persino la capacità di essere un riferimento anche solo utopistico, quando la governante aprì per la prima volta il portone per accogliere me ed il mio amico in questa mia esperienza.

Credo sia accaduto a molti che nel mangiare un frutto o nel bere una tisana particolare, si sia percepito un antico profumo, un antico sapore quasi dimenticato perché soffocato da sapori degradati per effetto di forzature, di antiparassitari oppure perché "omologati" da modificazioni genetiche.

Ebbene, tuttora, ricordando quell'incontro, in quella villa del vibonese, mi sembra di "gustare" come un "antico sapore", il clima del nobile agire: quell'armonica miscela del senso dell'onore, la saggezza del buon padre di famiglia, il senso della dignità e del giusto, l'assenza di ogni forma di vanità, quel mondo sobrio ma brioso, mai volgare ma neanche bacchettone in cui il devo prevale sul posso. Quel mondo in cui il potere è un onere che si trasforma in gratificazione solo quando produce effetti di giustizia; in cui il potere non fa ciò che vuole ma ciò che deve, perché consapevole della esistenza di limiti invalicabili e di un preciso ordine sociale presieduto da un assetto morale di origine trascendente.

Ed obbedendo a tali codici, seppi da altri, che quel capo famiglia senza tentennamenti aveva giudicato indegno ed aveva costretto alle dimissioni il figlio, professore universitario, che si era fatto pagare da uno studente per la stesura della tesi di laurea.

Il padrone di casa non era l'"aristocratico" del «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» che ha solo l'obiettivo di non farsi travolgere dagli eventi. Egli, invece, evolianamente sosteneva che chi è costretto a vivere nel mondo moderno, pur non sentendo di appartenervi no n cede ad es s o né psicologicamente né esistenzialmente; egli non si costruisce alibi ma cerca la libertà nel dominio su di sé.

In tale logica non mi sorprese, quando organizzando la presentazione di un suo libro il tutto avvenne senza cene con notabili ed organizzatori o presentatori e la sala era gremita di studiosi di tutta la Calabria dei quali pochi esibivano la r moscia o la giacca e cravatta.

Tutto questo mi viene in mente adesso che sto riflettendo sulla comitiva delle famiglie signorili del 1860 che a Modica mentre scimmiottavano la nobiltà del monocolo lasciavano fucilare nove villani che avevano commesso un furto con minaccia a mano armata.

Tutto questo mi ricorda anche i già devastati residui del nobile agire quando bambino vidi il mio coetaneo figlio del "nobile degradato" che dal balcone della casa signorile, lì relegato dai genitori, osservava noi figli di villani con ginocchia scorticati o rotti e neri che giocavamo sulla strada.

Ne ricordo gli occhi tristi di chi deve rinunciare a ciò che la sua natura di bambino lo sollecitava a fare per ubbidire alle necessità che il dovere dell'essere "signurinieddu" gli imponeva, lì nella gabbia di ferro del suo balcone dove i suoi genitori lo ponevano perché si addestrasse non al nobile agire ma a come si cresce con la puzza al naso, qualità che gli sarebbe tornata utile magari da grande per frequentare lunghi e bui corridoi ministeriali o palazzacci di potere vario.

Mi viene da scrivere: guai a quell'uomo che nel suo periodo dell'essere bambino non potette rientrare a casa con ginocchia rotte con sangue raggrumato e nero, sporco, faccia sudata, camiciola strappata e capelli al vento. #

Dialogo gennaio 2011

Carmelo Modica