“La punizione” di Salvatore Scalia al Centro Studi “F. Rossitto” di Ragusa
Quell’infanzia spezzata sotto il cielo di primavera
Un’infanzia spezzata a seguito di uno scippo “irrispettoso”. La speranza di vita di quattro ragazzini soffocata nel nulla. La sofferenza delle madri che urlano senza gridare. Occhi senza lacrime che guardano nel vuoto. L’atroce silenzio che pervade l’anima bussando alle porte sbarrate della mafia. Una storia vera che sembra fiction. Questi, in estrema sintesi, gli ingredienti dell’ultima fatica letteraria di Salvatore Scalia, giornalista (dirige le pagine culturali del quotidiano “La Sicilia” di Catania) e scrittore etneo, recentemente presentata al Centro Studi “F. Rossitto” di Ragusa. L’iniziativa culturale, promossa ed organizzata dal Centro, si inserisce nell’ambito delle iniziative volte a far conoscere l’attività creativa degli scrittori siciliani. Scalia è autore di lavori teatrali (quali “Teatro. Trilogia del malessere”, pubblicato nel 2002; ma anche i primi “L’estorsione”, “Confessione di un pentito”), andati in scena alla rassegna internazionale Taormina arte e allo Stabile di Catania. E’ anche autore di saggi storici (“Il processo a Bixio”, pubblicato nel 1991). Il titolo del libro “La punizione. Catania 1976: quattro ragazzi spariti nel nulla” (Editori Marsilio, pp. 135) e l’immagine di copertina – poco chiara come di una foto messa fuori fuoco – di uno scippo già sintetizza in sé l’intero svolgersi dell’avvincente trama che sta in mezzo tra racconto e inchiesta. Non è racconto perché si basa su una storia vera. Non è inchiesta perché porta con sé l’anima dello scrittore che, traendo spunto dalle fredde notizie delle carte processuali dell’epoca, riesce a riesumare una vicenda sospesa nell’oblio. Una storia non dimenticata ma “congelata” nel tempo e nel cuore della gente. E’ una memoria fossile nella quale si crea un varco e da cui emergono dirompenti quattro ombre che, grazie all’abile penna di Scalia, prendono man mano consistenza dando vita al palcoscenico della vita. Un’esistenza spietata, dura, crudele, gravida di emarginazione, in cui sono immersi i quattro protagonisti della vicenda. Quattro adolescenti, tra i dodici e i tredici anni, aggirandosi nei pressi di un mercatino rionale di un quartiere popolare del capoluogo etneo, compiono l’insano gesto dello scippo perpetrato ai danni di un’anziana donna. Nella loro ingenua inconsapevolezza non sanno che hanno colpito la madre di un noto capo mafia. I ragazzini da predatori diventano preda. Spariranno nel nulla. Testimoni silenziosi gli sfavillanti astri di un cielo primaverile. Una vicenda che scuote e fa riflettere, così ha commentato il prof. Nunzio Zago (Università di Catania-Sede di Ragusa), a cui è stata affidata la presentazione del libro che ha esplicitato con estrema puntualità e rigore letterario. Una storia, in apparenza, come le altre ma dai risvolti tragici e grotteschi sgorgati dalla confessione di un pentito, in preda a “deliri con pulsioni autodistruttive”, ed in cui “l’immaginazione dà corpo, sostanza psicologica e drammatica alla scarna trama del pentito, ai destini incrociati di quattro adolescenti e dei loro persecutori”. “Uno dei tanti aspetti interessanti della trama”, ha sottolineato il prof. Zago, “trattato dall’autore con grande finezza psicologica e sapienza, al di là della sua capacità di caratterizzare i personaggi, è quello dei turbamenti dell’adolescenza, quale ad esempio il complesso edipico di uno dei ragazzi, Pinuccio, nei confronti della madre o le sue titubanze nei confronti della sorella del suo compagno”. Il motivo degli eccessi goffi e contraddittori dell’adolescenza, tratteggiato dalla mirabile tecnica narrativa dell’autore, rappresenta l’elemento tragico che va a permeare l’intera vicenda. Ne scaturisce un quadro assai convincente caratterizzato dal registro ironico e grottesco del romanzo con il quale Scalia affronta la tematica del sottosviluppo isolano e della cronica arretratezza meridionale in sintonia con la migliore eredità letteraria siciliana. Una narrazione che, in buona sostanza, svolge anche il ruolo di campanello d’allarme sociale, come ha puntualizzato il Presidente del Centro Studi “F. Rossitto”, On. Giorgio Chessari, nel corso del suo intervento introduttivo.
La lettura dei brani tratti dal libro di Scalia, affidata alle cure del bravissimo attore Giorgio Sparacino, ha fatto da preziosa cornice alla serata.
Giuseppe Nativo
Dal documento di archivio al libro
Nell’ambito delle iniziative promosse ed organizzate dall’Archivio di Stato di Ragusa, recentemente sono state inserite variegate manifestazioni (incontri culturali e mostre) volte a far conoscere il materiale documentario in possesso delle due strutture archivistiche iblee (Ragusa e Sezione di Modica). La ricerca e lo studio del passato, attraverso i vetusti carteggi rivenienti dall’antica Contea, necessitano sempre più di nuove fonti attraverso cui poter approfondire le vicende che hanno caratterizzato il territorio ibleo nel suo evolversi in campo economico, politico e culturale. Sulla base di tali istanze si è svolta la conferenza dal titolo “Dal documento di archivio al libro”, tenutasi presso la sala convegni del Palazzo della Provincia di Ragusa. A relazionare sull’interessante tematica è stato il prof. Giorgio Flaccavento, storico dell’arte.
Dopo gli indirizzi di saluto da parte dell’ing. Franco Antoci (Presidente della Provincia Regionale di Ragusa) e dr. Enzo Pelligra (Assessore provinciale ai BB. e AA. CC.), la relazione introduttiva è stata curata dalla dott.ssa Anna Maria Iozzia, Direttore dell’Archivio di Stato di Ragusa, la quale ha posto l’attenzione su come la conservazione e fruizione della documentazione archivistica sia di vitale importanza per la ricostruzione storica di una città e, quindi, del territorio in cui essa opera culturalmente e socialmente. A tale riguardo la dott.ssa Iozzia ha ricordato che presso l’Archivio di Stato di Ragusa è stato trasferito, proveniente dalla struttura aretusea, numeroso materiale documentario, definendolo il “ritorno della memoria”, costituito da alcune centinaia di volumi riguardanti le attività istituzionali – in un arco temporale che va dal XVI al XIX secolo – delle città di Ragusa, Modica, Scicli, Ispica e Vittoria. Carte, queste, che attendono di essere “scoperte” e “riscoperte” dagli studiosi, ha così specificato la dott.ssa Iozzia puntualizzando che “… la storia non e’ modificabile per quella che è stata, ma è modificabile per la conoscenza che ne abbiamo”.
Quest’ultima considerazione è stata il punto di partenza delle argomentazioni discettate dal prof. Flaccavento sul tema “Ragusa nel libro”, ripercorrendo, in maniera sintetica, la storia urbana della città di Ragusa fatta di uomini immersi in “realtà stratificate e rifondate che la rendono irripetibile”. Una città che risorge dal disastroso evento tellurico del 1693 mostrando un’energica capacità di innovazione con l’offrire nuove e diverse prospettive di vita e di abitazione traendo preziosa linfa vitale dalle memorie delle esperienze sedimentate nel tempo. Un continuo lavorio di maestranze contribuiscono a dare un volto nuovo alla città che, frattanto, si “sdoppia” in due strutture. I fatti che influenzano la forma urbana offrono occasione di lettura, quasi come un libro aperto, sulle vicende socio-politiche di quel tempo. Tutto ciò lo si evince dallo studio dei documenti archivistici che contribuiscono a dare al ricercatore un’idea della struttura topografica dell’antica città di Ragusa. Tuttavia necessita un ulteriore impegno per l’approfondimento di determinate tematiche che tengano conto non solo dell’identità formale e culturale di una città, ma anche della “coscienza e conoscenza” del territorio inteso come insieme collettivo di pensiero.
Giuseppe Nativo
Tra letteratura e medianismo
Fra la seconda metà dell’ 800 e i primi del ‘900 lo studio dei cosiddetti fenomeni “medianici” riscuotono l’attenzione di numerosi scienziati. Molti di essi si dedicano con entusiasmo a tali ricerche i cui risultati, in non poche occasioni, si rivelano deludenti. Rimangono dubbi, perplessità, incertezze. Già dalla metà del XIX secolo lo “spiritismo” ha già contagiato l’Europa, specialmente grazie alle imprese di “medium” ovvero di particolari soggetti che fungono da tramite con l'aldilà e che, instaurando un certo tipo di “comunicazione” con gli spiriti dei trapassati, fanno da “ponte” con il mondo dei viventi. E’ facilmente intuibile come il fenomeno diviene un elemento di portata sociale non indifferente. Ai diversi aspetti che caratterizzano le cosiddette “sedute spiritiche” (presunte levitazioni dei tavolini; strumenti musicali che suonano da soli, etc.) si interessano molto gli psichiatri italiani. Nell’intervallo di tempo che va dalla fine dell'Ottocento ai primi anni del Novecento, i più bei nomi della psichiatria italiana si occupano della problematica (Lombroso, Morselli, Bianchi) nonché un folto numero di ricercatori dediti ad altri campi della medicina e della fisica. Ma l'elenco degli intellettuali interessati alla spiegazione dei fenomeni legati allo “spiritismo” è destinato ad estendersi. Scrittori come Conan Doyle (il creatore di Sherlock Holmes), come Alexandre Dumas, o, in Italia, Antonio Fogazzaro e Luigi Capuana danno credito a questi fenomeni, e rappresentano il nocciolo duro di un movimento d'opinione dalle dimensioni davvero imponenti che orbita, inevitabilmente, intorno ad alcune figure di medium in grado di produrre fenomeni ritenuti prova indiscutibile dell'esistenza di altre forme di realtà. Questa l’intrigante ed affascinante tematica – promossa dall’Associazione Pedagogica Italiana, l’Associazione Culturale Docenti “G.B. Hodierna”, l’Associazione Italiana Maestri Cattolici, l’Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi, Centro Servizi Culturali - recentemente discettata presso la sala convegni del Centro Servizi Culturali di Ragusa ed avente come oggetto “Lo spiritismo di fine ‘800 e Luigi Capuana”. A relazionare, dopo la breve ma puntuale introduzione del prof. Nino Cirnigliaro (Presidente del Centro Servizi Culturali), è stato il prof. Giovanni Bellina, già docente presso l’Istituto Scolastico “P. Vetri” di Ragusa nonché esperto di gnomonica.
Luigi Capuana (1839-1915) nasce a Mineo (Ct). Ancora giovanissimo, mostra notevole interesse per la letteratura e la lingua italiana. A diciotto anni, per volere della famiglia, studia Giurisprudenza presso il Siculorum Gymnasium di Catania. Successivamente abbandona l’università per dedicarsi allo studio degli scrittori classici. Attraverso le ricche esperienze di vita, sociale e letteraria, fatte fuori Sicilia (Firenze, Milano, Roma), intensifica le sue attività di scrittore divenendo uno dei più noti e significativi autori del realismo italiano del Secondo Ottocento. Assai sensibile alle tematiche dell’occulto, comincia a sviluppare una viva curiosità per molti campi del sapere, in particolare modo per la magia e le superstizioni della sua terra. Nei diversi testi che trattano tali argomentazioni (quali ad esempio “La medianità”, “Mondo occulto”, pubblicati dal novelliere siciliano tra il 1884 e il 1906) - caratterizzati da un impianto saggistico ma dal tono familiarmente colloquiale, talora arricchiti da frequenti divagazioni narrative di carattere squisitamente autobiografico - Capuana racconta le proprie scoperte sulla via dello “spiritismo” e delle cosiddette “pratiche magiche”. Un percorso, questo, che lo condurrà “dal vanitoso ateismo giovanile” alla fede nel mondo “di là”. Attraverso le sue esperienze (sperimenta assiduamente fatti ipnotici e medianici), si realizza uno “strano connubio” tra positivismo e spiritualismo. Capuana segue con attenzione quanto man mano è pubblicato intorno allo “spiritismo” vantandosi di essere il primo letterato a scrivere un libro sull'argomento (“Spiritismo”, 1884). In quegli anni Lombroso, che ha già pubblicato un articolo sul “Fanfulla della Domenica” (giornale letterario romano), di cui Capuana è in quel tempo (1882) direttore, gli scrive una lettera di approvazione e di consenso. La lettera è interessante perché rivela il punto dell'incontro tematico. “Ho finalmente letto e studiato il suo Spiritismo come meritava. E son perfettamente d'accordo con lei che il momento delle ispirazioni è assolutamente analogo a quello dell'ipnosi”. Per Capuana, infatti, il “demone” della scrittura trasforma chi scrive in una sorta di “medium”, l'artista entra in una sua “particolare allucinazione” e l'arte apre alla conoscenza più della scienza.