“Passeggiando nei ricordi”

Il palazzolese Vincenzo Giompaolo si affaccia alla narrativa

 

“Se di sera si guarda la vecchia Ragusa, da una giusta distanza, sembra che il cielo stellato sia a portata di mano. Le tante piccole luci, tra le vetuste tortuose stradine, appaiono come scintille di fuoco simili a stelle cadenti”. Inizia così il percorso narrativo dell’ultimo libro dato alle stampe da Vincenzo Giompaolo, “Passeggiando nei ricordi” (Edizioni Grafiche Santocono, Rosolini 2009, pp. 128). Il filo conduttore è rappresentato dai ricordi che sono attimi scritti nel cuore di ciascuno e vissuti intensamente con il respiro dell’anima. Scaglie del vissuto, nel grande mosaico della vita, che Giompaolo ha voluto donare ai suoi lettori catapultandoli in un passato dal sapore genuino ed ormai sopraffatto dai freddi rumori dell’odierna giungla urbana.

Palazzolese di nascita, ma ragusano di adozione, Vincenzo Giompaolo fin da giovane ha condotto ricerche sul versante etnografico, approfondendo i suoi studi sulle tradizioni popolari attraverso la raccolta di un cospicuo materiale magnetofonico. Da oltre sei lustri è impegnato a percorrere l’Isola, dall’Appennino siculo ai Monti iblei, con la sua inseparabile macchina fotografica per immortalare con un click i riti festivi analizzandoli nella loro essenza socio-antropologica e pubblicando non pochi volumi (“Feste del Popolo Siciliano”, 2 voll., 1995 – 1998; “Una Festa sui Prati”, 1996; “Natale in Sicilia”, in CD-Rom, 2004; “San Giuseppe in Sicilia”, 2006; “Ragusa Festosa”, 2008).

“Passeggiando nei ricordi”, che segna il momento in cui Giompaolo si affaccia alla narrativa, regala al lettore un godibile testo attraverso un viaggio verso i ricordi giovanili, pensieri, riflessioni avvolti nel fascino delle due città che lo hanno accompagnato nel suo cammino: Palazzolo Acreide e Ragusa. “Il titolo del libro richiama la funzione della memoria ed è attraverso il ricordare che Giompaolo invita il lettore a partecipare ad un’esperienza coinvolgente”, quella cioè di un diario in cui vengono raccontate e rivissute le tradizioni di una collettività mediante “il filo di una storia legata alla quotidianità”. E’ questo, in estrema sintesi, quanto ha commentato il professore Federico Guastella (scrittore e poeta, già docente di Scienze umane e Storia nelle scuole del capoluogo ibleo) nel corso della sua articolata ed interessante relazione in occasione della presentazione del libro, recentemente tenutasi presso la sala Avis del capoluogo ibleo. L’iniziativa, promossa dal Centro Studi “Feliciano Rossitto” di Ragusa, in sinergica cooperazione con il Centro Servizi Culturali e Club Unesco, ha visto un’intensa partecipazione del pubblico che ha rivissuto momenti autentici della spontaneità di un tempo quando “la vita ci appariva come una fata”. Con quest’ultimo libro l’autore ha voluto proporre un “racconto struggente di anni vissuti di piccole cose cariche di umanità”, come ha evidenziato la sig.ra Rina Giglio Diquattro (presidente del Club Unesco) nel corso del suo intervento introduttivo accompagnato da quello di Giorgio Chessari (presidente del Centro Studi) e di Nino Cirnigliaro (presidente del Centro Servizi Culturali).

Risuonano ancora, nella mente e nel cuore di Giompaolo, lo “scalpitio di zoccoli, suono di sonagli e tintinnio di ruote” di quel “lungo variegato drappo umano” rappresentato dai contadini che, ancor prima dell’alba, si incamminavano “con le zappe sulle spalle o sui carretti” per andare a lavorare. “Ogni ricordo è una lacrima – scrive Giompaolo - ogni emozione rivissuta un nodo alla gola, ogni sentimento… una struggente nostalgia…”. Nostalgia non solo dei tempi andati ma anche dei propri cari, visti attraverso gli occhi dell’infanzia: dal nonno paterno, alto e robusto come “un pezzo di corteccia di albero antico”, a cui si rivolgeva con un rispettoso “sebbenerica, nannu!” (beneditemi nonno!) per sentirsi ritualmente rispondere “nautru tantu, figghiu miu!” (altrettanto figlio mio!), allo zio Valerio, caratterizzato dagli occhi quasi sempre sporgenti dalle orbite e dal viso paonazzo a causa di una forte tosse provocata dall’asma, a cui avevano prescritto di fumare delle sigarette a base di stramonio (antiasmatico) emananti un odore pungente simile “ad una miscela di sandalo e incenso”. Un universo di ricordi, dunque, buona parte dei quali vissuti all’ombra della “casa natia vicina alla chiesa che venera l’arcangelo santo con spada, corazza e bilancia”.

A coronamento della serata, l’attore Giorgio Sparacino ha letto alcuni brani del libro.

 

 

 

 

Il professore Salvatore Dipasquale ricostruisce la storia di Ragusa

Riannodando con il cuore il filo della memoria

 

«Si tratta di una testimonianza attenta e critica che viaggia sul filo della memoria, che è una grande ricchezza… facciamo memoria per costruire un mondo migliore». E’ con questa saliente riflessione che mons. Paolo Urso, Vescovo della Diocesi di Ragusa, ha iniziato il suo breve ma incisivo intervento a coronamento della serata culturale, tenutasi alla sala Avis di Ragusa, che ha visto come protagonista il professore Salvatore Dipasquale sul tema «Sul filo della memoria: dagli anni della seconda guerra mondiale a oggi». Si tratta della prima serata, promossa ed organizzata dal centro studi Feliciano Rossitto, inserita nell’ambito di un ciclo di conferenze e testimonianze sulla storia di Ragusa. Un percorso mediato dalla memoria, una testimonianza fatta col cuore in mano, in maniera critica ma pacata, quella dell’uomo Salvatore Dipasquale. Una storia vissuta intensamente, vista attraverso gli occhi giovanili di un ragusano, fatta, non di rado, da ristrettezze e sacrifici, ma con tanta forza di andare avanti. Un excursus a cavallo dei decenni, attraverso il periodo del Regime, della seconda guerra mondiale e, successivamente, di quello post-bellico. Ricordi, storia e poesia riaffiorano dirompenti dalla viva voce del professore Dipasquale. E’ tangibile il ricordo di una Ragusa priva di automobili; quella in cui la colazione con il latte e caffè costituisce un lusso per il ceto medio che considera una grazia l’avere un pezzo di pane fatto in casa, impastato con il sudore del lavoro, condito con il sale d’una frugale onestà e mangiato con tanto appetito.

«Il tema trattato dal professore Dipasquale – ha spiegato Giorgio Chessari (presidente del centro studi) che ha introdotto la serata congiuntamente a Giambattista Veninata (direttore del trimestrale Pagine dal Sud) – avrà modo di coinvolgere sia le persone di una certa età sia i giovani avuto riguardo al fatto che l’oratore non è soltanto una figura di rilievo nel mondo della scuola, ma anche perché in più occasioni è stato testimone attivo della vita politica iblea».

 

 

 

 

 

La tragedia del 1956 a Marcinelle e l’emigrazione in Belgio

 

Una miniera di dolore

 

“Il lavoro sia sempre rispettato e protetto”

 

Una, due, tre… centotrentasei. E’ questo il triste bilancio relativo alle vittime italiane drammaticamente protagoniste della tragedia che l’otto agosto 1956 colpisce la comunità di Marcinelle, in Belgio. Un incendio, divampato in uno dei pozzi della miniera di carbon fossile, causa la morte di duecentosessantadue minatori di diverse nazionalità. La tragedia di Marcinelle è una geografia della disperazione italiana. Tra le tante vittime (emigranti, padri di famiglia in cerca di pane e lavoro) non sono poche quelle provenienti dalla Sicilia. Anime innocenti che rimangono senza via di scampo, soffocate dall’ossido di carbonio e braccate dalle fiamme, in quella miniera dal cuore amaro. Le operazioni di salvataggio continuano fino al 23 agosto, quando viene diramato l’annuncio, in italiano: “Tutti cadaveri”. Corpi esanimi sono recuperati, dopo quindici giorni, da gallerie profonde oltre mille metri. E’ con queste sobrie ma intense argomentazioni che Giorgio Chessari (presidente del centro studi Feliciano Rossitto), all’incontro culturale tenutosi al Centro Servizi Culturali di Ragusa, promosso in sinergia con le associazioni Moica e Mosac, ha iniziato la sua relazione presentando e commentando il recente volume del ragusano Michele Carpenzano, «Diario di un emigrante ragusano in Belgio», prendendo spunto dalla tragedia di Marcinelle. Una vicenda umana dove angosce, fatiche e aspettative, vissute nelle gallerie della miniera di Charleroi (a pochi chilometri da quella tragicamente nota di Marcinelle), si intrecciano in un vissuto emotivo che accomuna il cuore di tutti gli emigranti. Carpenzano, tracciando il suo percorso di vita, fornisce, attraverso il suo libro, una radiografia delle condizioni di vita della popolazione italiana, nel primo dopoguerra, invogliata verso quel cammino di speranza rappresentato dalle miniere di carbone del Belgio. Ma il sogno di costruirsi una vita migliore, per molti, resta tale. Pane e lavoro. Il pane è sofferto e le condizioni di sicurezza in cui lavorano i minatori sono molto precarie e fatiscenti. «Un passato lontano ma sempre vivido che – spiega Chessari – porta con sé un monito a vegliare affinché il lavoro di tutti venga sempre ed in ogni luogo rispettato e protetto».

 

 

Giuseppe Nativo