Al Centro Servizi Culturali di Ragusa interessante conferenza di Giovanni Bellina

 

La civiltà rupestre negli iblei

 

La Sicilia sud-orientale fornisce, insieme con altre aree italiane (il materano e la Puglia) e del Mediterraneo (la Serbia e la Cappadocia), numerosissimi esempi di un fenomeno noto come “civiltà rupestre”, ovvero l’uso di abitare nelle grotte non solo nelle fasi più antiche della storia dell’uomo, ma anche in periodi storici molto recenti. Ne consegue che il fenomeno della “civiltà rupestre” non può essere collocato in uno spazio fisico o cronologico definito, in quanto l’occupazione delle grotte (naturali o artificiali) ha rappresentato, con frequenza variabile, un fenomeno di lunga durata nel tempo caratterizzando il territorio ibleo. Questi i punti cardine dell’interessante conferenza proposta da Giovanni Bellina (già docente presso l’Istituto Scolastico “P. Vetri” di Ragusa, accanito studioso di orologi solari e Presidente della sezione ragusana di “SiciliAntica”) e recentemente tenutasi presso la sala convegni del Centro Servizi Culturali di Ragusa, suscitando molta curiosità tra il numeroso pubblico intervenuto e le associazioni promotrici dell’iniziativa culturale (Associazione Italiana Maestri Cattolici, Associazione Culturale Docenti “G.B. Hodierna”, Centro italiano femminile, Associazione Pedagogica Italiana).

“Abitazioni rupestri negli iblei” è stato l’argomento trattato ed avente come obiettivo quello di introdurre le variegate tematiche che ruotano attorno a tali insediamenti e che, solo in tempi recenti, risultano molto apprezzati e ricercati anche da un punto di vista turistico.

Alla base della “cultura rupestre” si trovano motivazioni economiche (scavare il tufo era meno costoso e richiedeva conoscenze tecniche meno sofisticate che erigere edifici) e di sicurezza (gli insediamenti rupestri, essendo lontani dai grandi centri abitati, meta preferita delle incursioni nemiche nel corso del medioevo, offrivano più protezione). Le prime tracce di un popolamento di tipo rurale si ritrovano, fin dalla tarda antichità, nell’altopiano ragusano dove emerge la tendenza della popolazione a vivere in strutture realizzate con la tecnica megalitica a secco, retaggio di antiche modalità costruttive classiche, che si ritrova anche nell’entroterra libico e nell’isola di Malta. I singoli nuclei abitativi sono caratterizzati da più vani con ingresso autonomo, cucina e camino in prossimità del vano più esterno, cisterne per raccolta di acqua piovana e vani interni adibiti a dispensa o ad alcova.

In Sicilia, così come appare dalle fonti arabe, i primi veri e propri insediamenti rupestri, detti anche “trogloditi”, sono databili al IX secolo. In questo periodo la realtà troglodita siciliana appare ben strutturata e, facendo un confronto con quanto accade in terra di Cappadocia, in Puglia e in Libia, sembra alquanto difficile riconoscere sul territorio isolano una civiltà rupestre antecedente alla conquista araba. Apparirebbe chiara una contemporaneità tra le prime chiese rupestri pugliesi, medio-orientali e quelle siciliane che sorgono tutte all’inizio del IX secolo, quando il Mediterraneo comincia ad entrare nell’orbita islamica. Tale ipotesi sembra trovare fondamento analizzando le tracce relative alle prime frequentazioni delle grotte. E’ probabile che gli insediamenti rupestri rappresentino l’aspetto più comune della Sicilia islamica e ciò è provato dal frequente ricorso, in epoca normanna, a toponimi arabi per definire l’insediamento stesso. Alcuni studi in proposito porterebbero alla ipotesi che le prime chiese rupestri fossero connesse alla cristianizzazione della Sicilia, grazie all’invasione normanna, e quindi a rileggere, in chiave occidentale, il fenomeno del trogloditismo che, in Sicilia, sembra essere frutto dell’esportazione di una modalità insediativa tipica del meridione peninsulare (materano e Puglia), attraverso l’immigrazione nell’Isola di popolazioni provenienti da queste zone al seguito dei cavalieri normanni.

L’ultimo scorcio del XVII secolo, ovvero all’indomani del tremendo evento tellurico che sconquassa vasti territori della Sicilia sud-orientale, segna la fine del fervore costruttivo nei quartieri trogloditici, sebbene sussistano ancora ampi margini per transazioni di compravendite come testimoniano gli atti notarili rogati in quell’epoca.

 

 

 

Una mostra curata da Giovanni Zago ha consentito di apprezzare

alcuni capolavori senza tempo

 

Alla riscoperta dell’arte dei maestri copisti

 

La visita alla mostra avente per tema “I capolavori dei Maestri copisti”, aperta a Ragusa da dicembre a gennaio, in viale Tenente Lena, ha offerto la possibilità di vedere numerose copie di opere pittoriche di grandi Maestri del passato che in originale sono custodite in musei situati in luoghi molto distanti tra di loro. E non solo. La particolarità sta nel fatto che le opere esposte sono copie professionali di opere di artisti che appartengono a un lungo periodo della storia dell’arte (dal Seicento al Novecento). La mostra, quindi, ha dato non solo la possibilità di notare l’evoluzione degli stili e delle tecniche attraverso il tempo, ma di apprezzare anche capolavori della pittura eseguiti interamente a mano alla maniera dei grandi Maestri. Un’arte certosina, quella dei Maestri copisti, che consente di realizzare copie d’autore di ottima qualità. Straordinario è il risultato che scaturisce dalla fusione tra la materia sulla quale operano i Maestri copisti e la genialità con cui essi esprimono la loro manualità. La tradizione di imparare a dipingere copiando le grandi opere, affidata in passato ai giovani di bottega, si è perpetuata nel tempo divenendo una vera e propria arte, diversa e molto lontana da quella dei falsari, tanto che le copie dichiarate ed eseguite da veri e propri specialisti trovano riconoscimento e dignità artistica autonomi.

E’ questa la scelta estetica che in questi tempi sta conoscendo una popolarità impensabile fino a qualche anno fa. Ciò è quanto ribadisce Giovanni Zago, brillante organizzatore della mostra ed accanito

sostenitore della nuova tendenza artistica. Ricco è il percorso espositivo rappresentato da opere di copisti di Caravaggio, Canaletto, Cézanne, Van Gogh, De Chirico, Fiume, Botero e vari altri autori. «Qui è di scena – spiega Zago - l’arte dei Maestri copisti che ci prende per mano alla riscoperta dei laboratori divenuti anche occasione per rivisitare e riscoprire le nostre tradizioni, la nostra cultura, i nostri valori».

 

 

 

 

 

 

Il Piano Oncologico del Ministero della Salute

 

E’ stato recentemente presentato, al Ministero della Salute, il Piano Oncologico Nazionale per il triennio 2010-2012 .

L’oncologia, ovvero quel settore della medicina che si occupa dello studio e della cura dei tumori, rappresenta una delle priorità del Ministero. Ciò appare evidente se si considera non solo l’incidenza (sono segnalati oltre 250 mila nuovi caso all’anno) ma anche la prevalenza di tumori in Italia (le proiezioni indicano, per il 2010, una previsione di oltre 2 milioni di casi). I dati risalenti al 2006 hanno fatto registrare, nella popolazione residente, oltre 168 mila decessi per cancro che costituiscono il 30 per cento di tutti i decessi, ovvero la seconda causa di morte. Studi in proposito indicano la seguente distribuzione nazionale: al nord 48 per cento, centro 26 per cento, al sud e isole 16 per cento. Appare, quindi, evidente la necessità di una adeguata programmazione dello sviluppo tecnologico che tenga anche conto delle risorse disponibili. In tal senso il Ministero ha elaborato un piano triennale per cercare di affrontare in maniera appropriata i problemi connessi all’oncologia, dalla prevenzione alle cosiddette cure palliative (ovvero quelle terapie, non necessariamente farmacologiche, che hanno come obiettivo la riduzione della severità dei sintomi della persona malata in fase terminale, tenendo anche conto degli aspetti psicologici, sociali e spirituali di chi soffre). Gli obiettivi più rilevanti consistono da un lato nella possibilità di offrire standard diagnostici e terapeutici sempre più elevati a tutti i cittadini, dall’altro nel contenimento della spesa sanitaria cercando di razionalizzare le risorse. Tale processo non può evidentemente prescindere da un rinnovo tecnologico che andrà discusso e concordato con le Regioni.

Nelle azioni programmatiche 2010-2012 rientrano la creazione di reti telematiche dei Registri Tumori, analisi della incidenza di patologie oncologiche nella popolazione in modo da articolare più piani di interventi, azione di prevenzione e lotta contro fattori patologici negli ambienti di vita e di lavoro, il miglioramento delle tecnologie diagnostiche in relazione alla applicazione di radioterapia e chemioterapia.

 

 

Giuseppe Nativo