|
1° chiodo
Il sindaco
dalle guance rosse..
pubblicato su “La Pagina del 14 dicembre 2009
Il potere è
necessario. Vi fu chi lo assunse con la forza delle armi. Vi fu
chi disse di assumerlo in nome di Dio. Il potere aveva la
funzione di trasformare una moltitudine in Popolo ponendo
ordine la dove esisteva il caos. Poi il popolo divenne stabile
destinatario della missione salvifica del potere. Poi si
scoprì che era più giusto che il potere ricevesse il consenso
del popolo e da elemento esterno divenisse espressione interiore
del popolo e... si parlò di democrazia.
Per primo ne
parlò Platone ma 2400 anni non sono stati sufficienti per
definirne una forma, tanto che anche l'unione delle repubbliche
sovietiche, quelle dei gulag, quelle dei milioni di morti
ammazzati si definirono, e, dove sopravvivono, si definiscono
democrazia. La democrazia più accreditata sembra quella
parlamentare:il popolo elegge il suo Parlamento e poi questo
sceglie chi come e perchè deve governarlo.
Questo si
disse, ma questo non si fece perchè il potere consentì i
parlamenti del bla bla ma non quelli del governo. Prima lo fece
con parlamenti a suffragio limitato ed ora?
Nelle ultime
elezioni dei 34.444 concittadini del corpo elettorale modicano,
ben 23.523 voti si sono espressi a favore della intellighentia
politica che ha distrutto Modica e poco più della metà (17.009)
(nel ballottaggio) hanno eletto Sindaco l'oppositore di tale
intellighentia con il compito di ricostruire quanto essa stessa
ha distrutto: veleno ed antiveleno nelle stesse mani.
In pratica il
popolo modicano voleva la moglie ubriaca e la botte piena. Non
voleva perdersi i piaceri che sempre spera gli può concedere la
denarocrazia ma neanche il buon governo che gli poteva garantire
una persona per bene come Antonello Buscema, anche se ora
comincia a constatare che si sta rivelando una illusione.
Democrazia o
paranoia politica? No nulla di tutto questo: siamo in presenza
di incaprettamento, asservimento, annullamento del popolo
modicano. Il male è al potere ed è forte, tanto forte che non ci
accorgiamo che riesce ad utilizzare anche il "Bene" per i suoi
scopi malefici.
Si però – si
dirà - i rapporti di forza in consiglio comunale dicono che la
maggioranza dispone di 18 consiglieri contro 12. E' vero ma,
anche a non esprimere giudizi di valore su quelli del
centrosinistra, non dobbiamo dimenticare che nove della
maggioranza appartengono alla intellighentia che ha demolito
Modica.
Antonello
Buscema è la prova provata che, se questa città si vuole
governare il messaggio del Vangelo va applicato alla lettera nel
senso che “l’altra guancia” è una sola e, quindi, si può porgere
una sola volta, anche quando lo schiaffeggiatore è devoto di San
Pio da Pietrelcina.
Antonello
Buscema non può stravolgere le dinamiche naturali: non è mai
successo che nello stesso canestro le mele buone abbiano mai
avviato un processo di risanamento delle mele marce. E' avvenuto
sempre, davvero sempre, il contrario... e ciò sta già avvenendo
nel palazzo San Domenico.
Ma poi...
sono davvero tutte mele buone?
Carmelo
Modica
2° chiodo
Cuori
modicani… attenti!
pubblicato su “La Pagina del 28 dicembre 2009
Trentaquattro
“imprenditori ed uomini di cultura” costituitosi in
Comitato, hanno annunciato l’idea di avviare le procedure per
creare “Modica città giardino”: un Comune autonomo
rispetto a Modica.
La nuova
città comprenderebbe i seguenti territori: Frigintini, Maganuco,
i quartieri San Giuliano, Tirella, Caitina, Treppiedi e Rocciola
e le contrade Aguglie, Albarcara Badiola, Baravitalla,
Beneventano, Cannizzara, Cappuccina, Catagirasi, Catanese,
Catanzarello, Cava dei Servi, Cava Ispica Ciacera, Ciarciolo,
Cisterna Salemi, Cozzo Rotondo, Crocevia, Fondo Marta, Fondo
Mosche, Fosso Tantillo, Fondo Longo, Famagiurgia, Fargione,
Fargionello, Fasana, Ganzeria, Giganta, Gisana, Gisanella,
Gisira, Gisirella, Gisirotta, Graffetta, Cianciò,
Graffolongo,Montesano, Musebbi, Calicantone, Michelica,
Miglifulo, Milicucco, Minciucci, Pietre Nere, Pirato Cava
Gucciardo, Pirato Cava Maria, Pirato Lombardo, Pozzo Cassero,
Povere Donne, Prainito, Rocciola, Sant'Elena, San Filippo, Passo
Parrino, Pezza, San Giovanni Pirato, San Giuliano Macallè, Santa
Rosalia, Serrapero, Serrauccelli, Torre Cannata, Tre Cosucce,
Torre Rodosta, Trebalate Vanella Amuri, Vanella Balli, Zappulla.
Se si
tracciano, sulla scorta di tali indicazioni, i confini di
“Modica città giardino” si ricava che “Modica antica”, così
potremmo chiamare quanto rimarrebbe dell’attuale Modica,
comprenderebbe solo il centro abitato di Modica con la
esclusione del quartiere sorda, San Giuliano e Tirella e
dovremmo ringraziare i magnifici 34 perché ci lascerebbero con
Marina di Modica lo sbocco al mare e, limitandosi alla via
Tirella, ci lascerebbero la Fontana della decadenza.
Nonostante la
ormai solare mediocrità politica della nostra classe dirigente
non mi faccia meravigliare di nulla, questa idea mi ha
profondamente ferito nell’orgoglio di modicano.
Immaginare di
intaccare l’integrità del nostro territorio che i nostri avi ci
hanno consegnato Polis e noi siamo riusciti, prima con lo
scippo fascista e poi con la malapolitica ad umiliare
pesantemente, è da scellerati.
Ma se la
classe dirigente fascista modicana fu tanto vile da sopportare,
senza una minima resistenza lo scippo dei loro camerati
ragusani, ora non esistono alibi per non opporsi ad ogni
fellonia.
E’ una idea
politicamente così balorda, matta, sconclusionata, capricciosa,
eccentrica, sballata, stramba, strana, insensata, pazza,
bizzarra, strampalata, stravagante, pazzoide, squilibrata,
svitata, squinternata, suonata, balzana e folle che impone di
chiedersi: perché? chi sono costoro?
Sono così
lucidi che sanno che ormai esiste la legge Basaglia che li pone
al riparo da qualsiasi azione?
Sono tanto
ingenui da non intuire che la loro idea è decisamente più
bislacca della istituzione dell’Azasi, del corso di laurea di
“Scienze del Governo e dell'Amministrazione” e della multi
servizi?
Quando
conosceremo i nomi forse potremo intuire cosa davvero nasconde
questa iniziativa.
Ho la presunzione di ritenere che l’idea non può assolutamente
proporre argomentazioni minimamente accettabili, ecco perché mi
insospettisce questa coincidenza con la definizione del piano
regolatore.
Staremo a vedere, è certo che, se necessario, inviteremo i veri
modicani a mobilitarsi. Vedremo quali forme ed iniziative
politiche e dialettiche, anche durissime, adottare nei confronti
di costoro.
Per onestà intellettuale devo dire che questa idea un effetto
buono lo provocherebbe: io e moltissimi modicani potremmo avere
il piacere e l’onore di non essere più concittadini di questi
signori.
Carmelo
Modica
3° chiodo

I Tre pesci
modicani
pubblicato su “La Pagina del 28 aprile 2010
Mao Tse Tung
amava in ogni occasione scrivere o dire che l’esercito doveva
calarsi fra le masse contadine e operaie come i pesci
nell’acqua, che equivale a dire che l’efficacia di ogni azione
dipende dalla capacità di adattarsi al clima culturale generale
(acqua), attivando nel contempo un processo di creazione e
modifica del clima stesso.
Egli diceva a
tal fine che “…che bisogna raccogliere le idee delle masse
(frammentarie, non sistematiche), sintetizzarle (attraverso lo
studio trasformarle in idee generalizzate e sistematiche) quindi
portarle di nuovo alle masse, diffondere e spiegare queste idee
finché le masse non le assimilino, vi aderiscano fermamente e le
traducano in azione, e verificare in tale azione la giustezza di
queste idee. Poi sintetizzare ancora una volta le idee delle
masse e riportarle quindi alle masse perché queste idee siano
applicate con fermezza e fino in fondo. E sempre così,
ininterrottamente, come una spirale senza fine; le idee, ogni
volta saranno più giuste, vitali e ricche …questa è la teoria
marxista della conoscenza''.
Anche nella
scena modicana esistono tre “pesci culturali” che hanno la
medesima acqua dove nuotano tranquillamente: il mondo
industriale, il mondo mafioso ed il mondo dei voltagabbana. Essi
sono accomunati da una sostanziale apoliticità, nel senso che a
ciascuno non gliene frega più di tanto della politica, della
visione del mondo e della cultura politica.
Nuotando
nella stessa acqua possono trovare forme di pacifica convivenza,
punti di efficace alleanza e comunque un armonico equilibrio
dovuto alla genetica culturale comune.
La
connotazione comune ai tre pesci è costituita dal’incessante
ricerca di un collegamento con i pubblici poteri; con le sue
strutture amministrative e burocratiche e poi con il potere
politico.
Sul piano
politico tre pesci utilizzano le stesse tecniche: fanno
proselitismo con il clientelismo, con il fare favori, risolvere
problemi, magari artatamente creati per creare riconoscenza.
Giocano spregiudicatamente con più mazzi di carte, senza
scrupoli di coerenza fiutando con intelligenza i mutamenti non
marginali della situazione politica cui si adeguano
tempestivamente.
Ovviamente i
tre pesci nuotano nello stesso mare ma non sono di ugnale
stazza. E’ certo però che hanno una comune origine culturale. Il
pesce più povero di certo è il voltagabbana; povero ma
funzionale e necessario agli altri due.
La storia ci
racconta che i mafiosi passarono da una formazione politica
all'altra, abbandonando il separatismo non appena il separatismo
fu alla fine, voltando le spalle alla monarchia subito dopo che
la repubblica risultò vincente, e inserendosi via via nei
partiti democratici di governo e nella Democrazia cristiana, in
particolare, che di quei partiti era il centro di aggregazione,
allorché apparve evidente che il potere si stava consolidando
stabilmente nelle loro mani. Se per fermarci alla nostra Modica,
si analizzano le transumanze di alcuni nostri politicanti dal
1985 in poi si possono scrivere le stesse cose.
Quale è il
compito delle forze antagoniste: rendere impossibile la vita
nell’acqua ai tre pesci, agitandola, introducendo elementi
dannosi alla loro sussistenza, o pesci più aggressivi che li
attacchino, li perseguano e li obblighino a sparire.
Carmelo
Modica
4° chiodo
Ai
margini della querelle Chiaula-Poidomani
Pubblicato in La Pagina del12 ottobre 2010
Il 12 giugno ed il 28 luglio scorsi il dott. Giuseppe
Chiaula con due articoli su questo quindicinale ci ha raccontato
che il giorno 11 maggio 2010, in occasione di una trasmissione
rievocativa dei sindaci di Modica nel secondo dopoguerra, uno
storico avrebbe offeso la memoria dello zio acquisito, avv.
Giorgio Cannata che fu sindaco di Modica dal 16 dicembre 1948 al
6 novembre 1949.
La diffamazione consisteva nel fatto che lo storico
aveva, in tale circostanza, detto che il Cannata “dopo poco
meno di un anno dalla nomina non si era dimesso ma era stato
dimissionato dal Prefetto. Ciò per fatti dai quali sarebbe
risultato poi del tutto estraneo”.
Con il numero del 12 settembre il lettore de “La pagina”
apprende che lo storico in argomento è il prof. Giancarlo
Poidomani, perché reagisce ai due articoli del Chiaula con una
lettera al Direttore.
Andando oltre il giusto risentimento dei nipoti del
Cannata, dalla lettura dei tre interventi citati si rileva che
il lettore de “La pagina” ha appreso:
· che “Giancarlo
Poidomani è uno storico di professione e il dott. Chiaula è uno
storico dilettante”;
· che il
dott. Chiaula pregò il prof. Poidomani “vivamente e per vari
mesi di presentargli un suo piccolo saggio, cosa che il
Poidomani fece con grande piacere nonostante i mille impegni”:
ingratitudine ed importanza?!;
· tutti
i riferimenti giuridici sulla elezione dei sindaci:estremamente
necessari per capire tutta la vicenda;
· che
gli storici assicurano informazioni esaustive e valutazioni
obiettive: il che ci consente di dire che tutti gli storici
che hanno parlato di Foibe, di triangolo della morte e di
Risorgimento da riscrivere sono degli eversivi.
A noi interessa l’aspetto della storia politica della
nostra città e pertanto, applicando la regola giornalistica del
“chi, dove, come, quando e perché”, notiamo che nei tre pezzi
manca la risposta ad un perché: qualcuno vuole raccontare quali
furono i “fatti giuridico-amministrativi dai quali il Cannata
fu ampiamente dichiarato estraneo” e, aggiungiamo noi, da
chi?
Solo con questa risposta i tre pezzi possono da querelle
privata divenire piccolissimo tassello di conoscenza della
storia patria.
Carmelo
Modica
5° chiodo
I
modicani figli di un dio distratto da… Saverio Terranova
Pubblicato nel numero del 28 ottobre 2010
Il professor Saverio Terranova ha scritto un piccolo
saggio, pubblicato in due puntate su questo quindicinale, dal
titolo “Chi vuole la morte di Ragusa”. In esso egli
evidenzia un riconosciuto suo senso di umiltà, egli, infatti, in
ordine al tentativo di identificare chi vuole la morte della
provincia di Ragusa, si è limitato ad elencare, con grandissima
competenza, solo ed esclusivamente i meriti attuali della
sovrintendente ai beni culturali, architetto Vera Greco.
Per innata modestia il prof. Terranova ha evitato con
cura una ricostruzione storica dei meriti sulla morte della
provincia di Ragusa perché avrebbe strapazzato tutti avendo egli
ricoperto la carica di Sindaco di Modica per circa 3450 giorni:
primo indiscusso nella graduatoria dei sindaci di questo
dopoguerra dopo Basile Gaspare e l’avvocato Ruta rispetto al
quale, però, bisogna riconoscere ha agito in condizioni di netto
svantaggio.
Infatti, rispetto all’avvocato Ruta, che ha realizzato
3260 giorni circa di sindacatura, essendo stato eletto Sindaco
due volte direttamente dal popolo con un lungo mandato di cinque
anni, Saverio Terranova ha dovuto guadagnarsi ben otto elezioni
a sindaco dal consiglio comunale, barcamenandosi e vincendo
dentro un partito in cui il potere si otteneva con il
tesseramento degli amici, “degli amici degli amici” e, quando
era necessario, anche dei defunti amici degli amici oppure delle
inconsapevoli persone che di democratico cristiano avevano solo
l’ordine alfabetico degli elenchi telefonici.
In tale articolo il professore Terranova racconta anche
che un papa che aveva deciso di collegare il Vaticano al
Laterano venne da Dio chiamato a se perché aveva deciso di
buttare giù il Colosseo in quanto impediva di fare una strada
perfettamente diritta. Fu chiamando a se il papa che Dio salvò
il Colosseo.
Con questo racconto Saverio Terranova, forse perché
cattolico, vuole dare un giusto merito della distruzione della
provincia di Ragusa anche ad un Dio modicano che anziché
chiamare a se chi voleva distruggere il Colosseo, forse
distratto, nel 1964 non chiamò a se chi permise di demolire
l’Hotel Bristol (già convento agostiniano) e
la secentesca chiesa di sant'Agostino.
Con una lettera al direttore Antonio Guerrieri, ne “La
Pagina” del 12 ottobre fa alcune considerazioni di carattere
ecologico che però rapportate al pensiero del prof. Terranova
peccano di ingenuità: infatti, in un processo di distruzione di
una provincia per il Terranova cosa vuole che sia l’impatto
ambientale di una pala eolica in aperta campagna rispetto alla
sostituzione della chiesa di Sant’Agostino con un colosso di
cemento di molti piani in pieno centro storico?
E’ un processo lento ma ricco di prospettive. Prima o poi
i modicani non rifiuteranno neanche la sostituzione
dell’orologio del Castello dei conti con una grande Pala eolica,
così come non si sono accorti che Modica è senza un sindaco.
Chi volesse trovare in questo nostro dire qualcosa di
negativo o di pessimismo o peggio di nichilismo, rifletta sul
significato di bello e di giusto ma anche di felicità e di
armonia, si accorgerà di quanta superflua ansietà borghese esse
siano inutile manifestazione… imbecilli sovrastrutture, direbbe
Marx, che dobbiamo eliminare; il processo è in atto: davvero,
più consideriamo valide le teorie di Saverio Terranova più è
possibile avviarsi verso una vita felice.
***
“A
ciascuno il suo” direbbe un certo personaggio, anzi “suum
inicuique tribuere” (con il latino non riusciamo ad andare
oltre il Rosa Rosae ma per l’occasione l’abbiamo copiata perché
è fico scrivere citazioni in latino) ecco perché non bisogna
demordere ed al prof. Terranova occorre attribuire tutti i
meriti che ha conseguito nella sua lunga attività di
amministratore e politico. Siamo convinti che ogni analisi sulla
decadenza di Modica e della provincia di Ragusa passa attraverso
la radiografia dell’agire politico della democrazia cristiana
terranoviana. Lo faremo chiosando organicamente il suo
agiografico (tipo santo subito) “Contributo alla Storia di
Modica dal 1945 al 2006” con il
libello “Storia nascosta di Modica” sul quale stiamo lavorando.
Carmelo
Modica
6° chiodo
Il
giuramento dei consiglieri comunali
Pubblicato il 28 novembre 2010
Pur
ricorrendo a migliaia e migliaia di leggi, norme, ordinanze e
direttive di tutti i generi che emana per organizzare al meglio
la convivenza civile, fino a regolamentare anche i più, a volte,
ovvi comportamenti dell'uomo, lo Stato, anche il più ateo e
materialista, chiede ai suoi funzionari e cittadini impegni che
vanno oltre il semplice dovere di adeguare il proprio
comportamento alla fattispecie modellata dalla legge.
In altre
parole, spesso, molto spesso, si avverte la insufficienza della
legge e si chiede all'uomo un impegno più alto e più profondo.
Per quanto ci
riguarda noi da allievo ufficiale e da sottotenente abbiamo
giurato di "...essere fedeli alla Repubblica Italiana e...."
e, con diversa formula, anche da consigliere comunale.
Anche il
testimone in tribunale giura di dire "...la verità tutta la
verità..." siccome il Presidente della Repubblica, Il
presidente del Consiglio, i Ministri e così via.
Perché, ci si
chiede, questo coinvolgimento dello spirito per tentare di
ottenere dei comportamenti che poi tra l'atro sono chiaramente
puniti con pene amministrative e/o penali? La stessa accusa di
tradimento o di attentato alla costituzione o di violazione
degli obblighi assunti con il giuramento di fatto poi sono
ricondotti alla norma di diritto.
Bene, queste
"pretese" della legge di che natura sono?
Inoltre,
molto spesso, questi momenti vengono inseriti in rituali che
assumono particolari forme, più o meno solenni che a volte sono
delle vere e proprie iniziazioni (insieme di riti e di prove
attraverso le quali si è ammessi in ambienti particolari) e nei
casi più blandi, comunque appaiono della stessa natura e
finalità.
Riflettendo
su questi aspetti della vita dell'uomo non si può fare a meno di
rilevare similitudini evidenti tra il rito del giuramento di un
reparto in armi ed il giuramento nei tribunali di testimoni e di
periti. Similmente non possono non avvertirsi le chiare
somiglianze tra i riti descritti dai manuali massonici e quelli
degli altri riti di ogni religione. Le forme solenni dei
matrimoni civili, l'unione dei polsi incisi per scambiarsi il
sangue nei patti matrimoniali o di reciproca fedeltà. Tutto
appartiene ad un mondo altro che molti vedono "alto" ed
altri vedono stupido ma sempre caratterizzato da una carica
esoterica coinvolgente non facilmente definibile considerato che
viene utilizzata anche dalle famiglie malavitose, da maghi e
fattucchiere.
Per quanto ci
è dato trarre dalla cronaca giudiziaria delle varie mafie
risulta evidente che “il picciotto” purtroppo, mantiene gli
impegni presi mentre valutando i risultati catastrofici del
consiglio comunale risulta evidente che il consigliere comunale,
purtroppo non li mantiene, anzi non ha neanche la consapevolezza
di avere assunto un impegno con la Comunità o meglio non ha le
qualità culturali per possedere un senso del dovere e dell’onore
più forte dall’imperativo categorico di farsi i fatti suoi.
Ovviamente
non si può escludere neanche l’ipotesi del consigliere comunale
che fa prevalere su quello solennemente enunciato nell’aula
consiliare il giuramento enunciato con una semplice strizzatina
d’occhio al Don Calogero di turno.
Carmelo
Modica
7° chiodo
Dalla
parte dei villani modicani
Pubblicato in La pagina del 28 dicembre 2010
La
elaborazione di un libello attorno a nove villani fucilati alle
ore 14 del 24 settembre 1860, fuori dall’abitato di Modica,
presente un magistrato, responsabili di un furto con violenza
alle cose e minaccia a mano armata, ci ha costretti ad
indagare la qualità politica e morale della governo che rese
possibile tale carneficina giudiziaria. (1)
Non è
difficile verificare la perfetta sintonia di intenti della
componente politica e di quella giudiziaria dei governanti di
allora, nel determinare l’eccidio.
Questa
indicata e fondamentale riflessione, penetrando negli anfratti
del nostro più profondo essere, forse raggiungendo quello stadio
ancestrale che appalesa in forma irresistibile la nostra vera
natura, ci ha fatto scoprire che siamo decisamente, senza se e
senza ma, dalla parte dei villani.
Davanti ad un
simile evento è divenuto naturale riflettere sul significato
dell’agire nobile visto che quel potere era espressione di una
comitiva di famiglie signorili che ci avrebbero inseguito fino
ai nostri tempi con ritratti appesi nell’aula del consiglio
comunale, con busti nelle pubbliche piazze e nella toponomastica
cittadina.
Abbiamo
ripercorso l’itinerario della regressione delle caste
convincendoci che dopo il Primo Stato (clero), il Secondo
(l'aristocrazia), il Terzo (la borghesia) ed il Quarto (il
proletariato) sta emergendo il quinto Stato che molti
definiscono quello dei "mendicanti, dei banditi e dei dementi".
Ciò consiglia
di verificare se la qualità umana, culturale e politica di
questo emergente “Quinto Stato” è merito di quel “volgo” che
l’Abate De Leva definì con queste parole, ”Guai se il volgo
si immischia e vuol prendere il posto e far la parte dell’Uomo
pensante, allora ogni buon dritto va alla malora,[…].”, (2)
oppure è qualità consolidata della casta cortigiana: insieme
indistinto di notabili, indolenti principi, baroni,
arrampicatori, giuriconsulti, mercanti, alti dignitari della
struttura burocratica con rispettive mogli ed amanti che
affollavano le corti dei monarchi dell’ottocento e dei loro
attuali discendenti, ulteriormente degradati nei tanti cavalieri
del lavoro, alte cariche e dignitari dello Stato che vogliono
dare sostanza, di una non altrimenti riconoscibile nobiltà, nei
“rituali del potere” che si esibiscono nelle varie
inaugurazioni di anni giudiziari e accademici o nei lussuosi
saloni centrali e periferici per la festa della repubblica.
E’ in questi
ambienti che, con la r moscia e con manifesti segni di
indignazione e di superiorità, si parla di avvento del “Quinto
Stato”. Sono le stesse “auguste” persone, che con vestiti
gessati caracollano con la spalla cadente, su guide di velluto
rosso cardinale; imbellettati con toghe buttate sulle spalle e
copricapo cadenti ma con quella “nobile trasandatezza” di chi
vuole intendere che egli vale a prescindere degli orpelli che
l’alta carica rivestita, suo malgrado, gli impone di indossare.
Sono
riconoscibili anche dal bigliettino da visita dove esibiscono
tutti i titoli, anche il diploma della Scuola radio elettra, ma
poi, prima di porgertelo lo sbarrano con un breve segno della
penna per dirti ché, poi tutto sommato ed in particolare con te,
non ci tengono. Parafrasando Hans Magnus Enzensberger verrebbe
da dire che con riferimento ai tempi attuali qualcuno dirà “ai
tempi dei "mendicanti, banditi e dementi" non sapevamo di vivere
i tempi dei "mendicanti, banditi e dementi".
Ci siamo
anche chiesti: chi sono i “villani”? Ed abbiamo trovato anche
una risposta.
(1) Per
saperne di più si suggerisce “G. Chiaula, Il mistero dei nove,
edizioni Setim Modica 1998, che può essere letto presso
qualsiasi biblioteca o archivio della nostra provincia dove,
come tributo solo ai nove villani, noi stessi abbiamo
provveduto a distribuirlo. Il titolo provvisorio del nostro
libello è, invece, “Cuoppuli e cappedda” individuando nella
protervia di quest’ultimi la risoluzione del “Mistero”.
(2) Archivio De Leva-Corrispondenza De Leva - Agnello, b
6/4, Lettera del 5 XII 1847 in Archivio di Stato di Modica.
Carmelo
Modica
8° chiodo
Diciamocelo… il Municipio è nostro amico.
Pubblicato in La Pagina del 12 gennaio 2011
Quasi tutti abbiamo vissuto l’esperienza di telefonare ad un
ente per chiedere una delucidazione e siamo stati costretti ad
interloquire con una voce digitalizzata che con interminabili
attese, allietate da consigli per gli acquisti ed antipatiche
musichette, ci ha fatto digitare un numero dopo l’altro fino a
quando, in vista dell’agognata meta dell’operatore disponibile,
abbiamo sentito il micidiale tho tho tho rapido che ci diceva di
cominciare daccapo perché era caduta la linea.
Solo questo ricordo ci può rendere lieta una telefonata al
comune di Modica dove, perbacco!... almeno ti risponde una voce
umana che dopo che ti sei presentato ti dice “scusi un attimo”
poggia il telefono sulla sua scrivania e per dieci minuti senti
i rumori della stanza: un impasto di incomprensibile
chiacchiericcio con rumori di sedie che si trascinano, oggetti
che cadono e lontane grida, fino a quando ti scocci e chiudi il
telefono. Perbacco almeno senti, seppure per un attimo, la voce
umana, ma anche il vocio ed i rumori della stanza sono pur
sempre rumori naturali, umani anch’essi e comunque, sempre
meglio dei consigli per gli acquisti e delle antipatiche
musichette.
Certo il servizio si potrebbe migliorare inserendo una
musichetta gradevole e spensierata; chissà perché per il nostro
comune mi viene in mente quella di Orietta Berti che fa “finché
la barca va lasciala andare”.
In verità tutto questo è l’esito di una precisa scelta politica
della sinistra: il contatto umano è uno degli obiettivi di fondo
che questa amministrazione persegue con determinazione, ecco
perché preferisce che il cittadino si rechi personalmente presso
gli uffici del Comune. Così a chiunque digiti il numero
telefonico della biblioteca comunale indicato dal sistema Opac,
per chiedere una informazione, la vocina digitalizzata ti dice “Telecom
Italia informazione gratuita, attenzione il numero selezionato è
inesistente”; un modo moderno per far capire che il
Municipio vuole vederci di persona e realizzare quel contatto
umano che è davvero gratificante, la cui mancanza, peraltro a
detta degli esperti, è una delle cause del logorio della vita
moderna e, quindi, della qualità della vita che da sempre è
stato il primario obiettivo della sinistra.
Il contatto con il personale del comune da umano diviene
addirittura familiare se dovesse capitare di chiedere la visione
di alcuni atti.
Una esperienza irripetibile: essa ti consente di conoscere prima
l’impiegato che ti dice “torni domani” perché manca la persona
giusta, poi l’indomani, la signora che ti protocolla la
richiesta e poi quella che ti dice che devi fare un versamento.
E poi, finalmente quando ti mettono a disposizione i fascicoli
per visionarli hai le stesse probabilità del gratta e vinci che
ti possa sbrigare in una mattinata. Per quanto mi riguarda
accertato che quelli non erano i fascicoli che mi serviva
visionare sono stato inviato prima allo sportello unico, e con
questa scusa ho conosciuto meglio un mio cugino acquisito, che
avevo perso di vista, che mi ha spedito all’ufficio ecologia che
dichiaratosi incompetente ad esaudire la mia richiesta mi faceva
chiudere il cerchio suggerendomi di tornare all’ufficio
urbanistico da dove ero partito.
Carmelo Modica
9° chiodo

‘Ca nisciunu è
fessu
Pubblicato ne La
Pagina del 28 gennaio 2011
Non vi è dubbio che
ogni giornalista professionista, pubblicista (come lo fummo
anche noi) o di complemento (come lo siamo adesso), nel proporre
commenti, riflessioni o fatti che interessano l’opinione
pubblica cui si rivolge il giornale in cui scrive, ha il
vantaggio di potersi togliere, anche, qualche sassolino dalle
scarpe.
Quando vuole farlo
lancia messaggi criptati per tutti i lettori tranne che per il
destinatario che diviene l’unico in grado di capirne il
significato, perché unico a conoscere i fatti.
Queste considerazioni ci sono
state sollecitate dalla lettura della lettera al Direttore del
dott. Giuseppe Chiaula pubblicata ne “La Pagina” del 12 dicembre
scorso quando scrive: “Al
prof. Poidomani espressi il "mio grazie" in termini pari a
quelli seguiti per i primi due docenti intervenuti (Giacomo Pace
Gravina e Luciano Nicastro)”.
Abbiamo fatto
qualche lettura in materia di propaganda e pubblicità e quel “mio
grazie” virgolettato lo riteniamo un messaggio criptato per
la generalità dei lettori de “La Pagina”, un po’ meno per noi
che qualche cosarella la conosciamo.
Per tutti gli altri
lettori de “La Pagina” il messaggio assume, però, la qualità di
subliminale perché fa percepire “un qualcosa”
senza però che se ne possa comprendere a pieno il significato:
Per Giacomo Pace Gravina e Luciano Nicastro, invece sarà
chiarissimo.
In verità tutta la
corrispondenza del dott. Chiaula relativa alla vicenda delle
dimissioni dell’avv. Giorgio Cannata è criptata (“La Pagina” del
12 giugno e del 28 luglio 2010) se è vero che solo quando ha
reagito il prof. Poidomani (“La Pagina” del 12 settembre 2010)
abbiamo appreso che era lui lo storico “imputato” di
scorrettezza.
Ciò che, invece, non è nè criptato
né subliminale è il silenzio assoluto opposto da tutti alla
nostra richiesta di conoscere
quali furono i “fatti
giuridico-amministrativi dai quali il Cannata fu ampiamente
dichiarato estraneo”. (La Pagina del 12 ottobre 2010);
nessun problema, la vita continua lo stesso.
Ovviamente si può
pure andare oltre per chiedersi come tutto questo possa
conciliarsi con la correttezza sembrandoci un “disordine” lo
scrivere senza franchezza, senza “guardare” il destinatario
negli occhi oppure l’affidare alle pagine di un giornale
questioni che andrebbero taciute, perché private, o analizzate
con lo scopo di enuclearne l’aspetto politico, culturale o di
costume, unici motivi per motivare la loro presenza su un
giornale, tanto che alla fine, su tutta la questione, sembra più
prevalere l’aspetto privato su quello sacrosanto di una
maldicenza nei confronti di una persona.
Se noi abbiamo
parlato di queste cose è perché abbiamo cercato di trarre da una
vicenda marginale strumenti per una più consapevole lettura dei
giornali in generale e, pertanto, avendo fra l’altro indicato
con nomi e cognomi i destinatari delle nostre osservazioni
nessuno ci può accusare di linguaggio criptato e tanto meno
subliminale.
…ma …è proprio
così?
Carmelo Modica
10° chiodo
Del
nobile agire
Pubblicato ne La
Pagina del 12 febbraio 2011
Vincenzo Civello
nella sua “Lettera al direttore” - La pagina del 28 gennaio 2011
- sulla querelle Chiaula-Poidomani, coglie, a ragione, un mio
riferimento al concetto del “nobile agire”.
Il tema mi
interessa ecco perché accolgo io l’invito del direttore a
parlarne perché sono sempre più convinto che, ridotta la
politica ad inconsistente, chiassoso, volgare ed inutile cortile
di due tifoserie, ogni azione degna deve partire da riflessioni
pre-politiche.
Da “villano”
preferisco avviare il discorso ricordando che la politica è
cultura come visione del mondo ed è, quindi, anche,
manifestazione della vita spirituale di un popolo che costringe
a parlarne nei termini con i quali si definisce e si
caratterizza la sua Tradizione.
Un tempo, in questa
nostra Patria modicana, tutto era condizionato e dettato dalla
natura e dai suoi ritmi, a partire dall’alimentazione e
dall’accorto e migliore uso delle risorse. E ancor quando queste
fossero poche, il che avveniva molto spesso, quel mondo
funzionava, perché le maggiori disponibilità improvvise non
facevano mutare l’atteggiamento culturale.
Nulla era affidato
al caso e tutto si svolgeva secondo regole fissate nella mente
ed oralmente tramandate. Ogni appartenente alla famiglia aveva
un ruolo preciso.
La domenica tutti
si radunavano in piazza per incontri di amicizia o di lavoro e i
“contratti” venivano firmati con un bicchiere di vino ed un
pezzo di bollito. Se i contratti erano molti si diventava
“allegri di vino”, e l’ubriacatura non inficiava
minimamente la parola data e siglata con una stretta di mano,
anche se veniva data barcollando e strascicando le parole.
“A putia ro vinu”
era una sorta di luogo sacro, nel quale si consolidavano le
amicizie, ed era anche l’ufficio notarile che, senza carte e
scartoffie, registrava le volontà espresse e le conciliava
fino a quando non venivano innaffiate dal sangue della vite che
le trasmutava in patto. La piazza domenicale affollata
materializzava il popolo. Ed anche quando il lunedì mattino la
sobrietà ripristinata evidenziava un assurdo contratto la parola
data non era più, per entrambe le parti, ridiscutibile.
Poteva questo
rientrare in un “nobile agire”? No non era possibile perché a
quei villani mancava il sigillo del marchese, del barone, del
don o del voscenza.
Nei tempi attuali
l’agire nobile è attribuzione del colonnello, del notabile, del
professore, del “grado terzo”, dell’onorevole, del medico o del
magistrato; il sigillo è, però, la puzzetta al naso che nella
sua antropologica essenza non fa distinguere il ricevuto e
spontaneo rispetto dato dal servilismo preteso. Una visione
aristocratica che si manifesta con cene che sono veri e propri
riti di ostentata munificenza per pagare ritenuti servi,
incapace com’è, per sua intrinseca natura, di riconoscere
il vero rispetto, il disinteresse ed il distacco.
Nel settembre del
1860 nove delinquentelli, villani modicani non poterono impedire
ad esponenti di una comitiva di famiglie signorili di fucilarli
(1). Ora abbiamo un grande vantaggio esistono più strumenti per
opporsi a chi pensa di calzare “cappedda”. E questo “10° chiodo”
è uno dei tanti possibili.
Questo, caro
Vincenzo Civello, mi sembra l’origine di un itinerario che possa
consentire di riconoscere i “cappedda” dal “nobile agire”,
stigmatizzandone i comportamenti.
Bisogna
culturalmente agire perché il lignaggio della carica non sia la
maschera della mediocrità morale e politica di chi la ricopre ma
viceversa sia la qualità della persona a nobilitare la carica
ricoperta.
Carmelo Modica
(1) Per saperne di
più vedi www.labibliotecadibabele.it
11° chiodo

Si chiama Sindaco,
fa il Commissario
Pubblicato
28 febbraio 2011
L’intervento del
Sindaco, pubblicato da La Pagina del 28 gennaio scorso, è un
documento essenziale per ricavare un suo profilo
politico-culturale.
Io, a differenza
del prof. Giuseppe Ascenzo, non faccio riferimento al fatto che
egli sarebbe succube di Riccardo Minardo, perché quando si fa
un’alleanza si devono rispettare i patti e l’alleanza si
mantiene in piedi nei limiti in cui ognuno dei contraenti la
considera utile al proprio progetto politico. E’ anche normale
che esista un manuale Cencelli cui adeguarsi e che tra le due
parti si verifichi quella dialettica, con momenti anche di
particolare rissosità e minacce, più o meno esplicite, in cui si
tenta di far valere le proprie ragioni. Una parte può anche
cedere su un provvedimento perché vuole bilanciare altri
obiettivi. Il problema semmai è verificare se tali ragioni
corrispondano al bene della Comunità modicana considerato che
non esiste posizione politica o provvedimento di governo che non
venga ostentato, dichiarato e gridato come necessario ai bisogni
della “cara Comunità modicana … ed al bene della città” e
bla, bla, bla.
Coerentemente, non
mi sogno di ritornare a rimproverare ad Antonello Buscema di non
“aver corso” da solo. Lo feci, in
tutte le salse, prima del ballottaggio e ne presi atto,
rispettandone la scelta, tanto che addirittura gli diedi anche
il mio voto perché pensavo che “non esiste persona interiormente
forte che possa essere inquinata da una mediocrità
politica pur granitica, quell’MPA che, salvo qualche rara
eccezione, è il peggio che la politica modicana abbia generato
in questo secondo dopoguerra”.
Mi illudevo che “la
politica del manuale Cencelli”, nelle mani di Antonello Buscema
sarebbe stata, comunque prigioniera dei bisogni della Comunità
modicana. Me lo garantiva il ricordo di Buscema depositario
dello spirito della “sala del granaio” (1993) che vide quel
tentativo, quello si di vera svolta culturale e politica, di
portare Giorgio Colombo alla sindacatura: si rifletta su cosa
avrebbe provocato quell’evento se si fosse verificato. Purtroppo
quell’evento venne sconfitto dalla sinistra (Ruta) e sono certo
che Antonello Buscema (sia e) sarà affossato definitivamente
dalla sinistra che ha nel suo interno, più che dall’alleato MPA
o dall’azione dell’estrema sinistra. Nulla di straordinario,
quindi, l’MPA sta facendo il suo mestiere, quello della
malapolitica unica e sola qualità politica rilevabile dal suo
dna.
E’ Antonello
Buscema che non ha fatto quanto ci si aspettava: egli non sta
governando Modica l’ha sta solo amministrando. Governare
significa scegliere tra più opzioni, amministrare significa
applicare procedure tecniche, dovute ed a volte uniche, come,
per sintetizzare, il mettere in fila le fatture da pagare: per
governare ci vuole il Sindaco per amministrare basta il
Commissario.
La mancanza di
risorse economiche può bloccare, nell’immediato, la
realizzazione di opere, rendere difficile la fornitura di
servizi, ma la severità dei numeri facilita anche la imposizione
di provvedimenti impopolari perché chiunque si rende conto che
sono gli unici possibili. Si pensi alla lievitazione dei costi
della raccolta e smaltimento dei rifiuti che pur creata dal
malgoverno generale degli ultimi vent’anni ora è resa necessaria
dai numeri.
In questo scenario,
l’amministratore pianifica ed organizza quanto deve per
forza fare, recupera crediti ed effettua economie; il politico,
invece, coinvolge la Comunità nelle scelte, provoca mutamenti
culturali nella organizzazione del servizio manutenzione, nella
struttura burocratica, realizza tutte quelle riforme e tutte
quelle cose che non richiedono soldi ma solo amore per la città,
passione civile e fantasia.
La mancanza di
risorse economiche di solito provoca l’effetto di meglio
razionalizzare l’esistente ricercando nuovi modi di coinvolgere
e di agire. Non è l’alleanza con l’MPA, quindi, che può essere
censurata, bensì il tradimento di un’attesa e di una speranza.
Non temo di
essere annoverato tra “i ‘saggi’ che - sfotte Antonello
Buscema - si
distinguono per la ritrosia a misurarsi direttamente con i
problemi (vuoi perché non hanno avuto mai il coraggio di
sporcarsi le mani esponendosi al giudizio degli altri, vuoi
perché i cittadini stessi non hanno mai avuto il ‘coraggio’ di
affidar loro la cosa pubblica)”.
Anche il
giornalista, come il Sindaco, si espone al giudizio degli altri
ed inoltre non ha neanche la possibilità di scaricare le proprie
responsabilità all’MPA o all’inefficienza di questo o di quello.
Mi sorprende e meraviglia che il Sindaco esponga, come suo
paradigma culturale, la becera e berlusconiana idea che la
quantità di voti elettorali sia misura di qualità culturale e
politica equiparando così i non eletti a Cicciolina, Genco
Russo, Cuffaro, Drago ed i tanti delinquenti politici che
occupano le istituzioni che pur presero più voti, per esempio,
di me.
Mi stupisce e mi
rattrista quel suo pigro e culturalmente banale uso dell’epiteto
di “qualunquista” contro chi lo critica.
Al mio voto è
seguita prima la speranza poi la delusione ed infine la certezza
che Antonello Buscema è stato eletto da Saro Minardo. Non
stupitevi! Non occorreva l’investitura ufficiale, non serviva
neanche l’accettazione o l’assenso di Antonello Buscema: è
sufficiente solo essere strumentale a Saro Minardo per prendere
tanti voti ed essere saggio senza virgolette.
Carmelo
Modica (11° chiodo)
12° chiodo

Il sindaco Buscema contro il
fronte “…di tutti coloro che…”
Pubblicato
14 marzo 2011
Qualcuno potrebbe
definire generici i rimproveri che ho mosso al Sindaco. Un po’
come quel “qualunquisti” che il Sindaco, con crassa ignoranza
del suo significato letterale lancia ad alcuni “saggi” che lo
criticano.
Con il suo
intervento il Sindaco riconosce la esistenza di un fronte
formato dal gruppo di “…tutti coloro che…”.
Se il Sindaco trova
il tempo di interessarsi di “…tutti coloro che…” i quali sono
elettoralmente inesistenti, vuol dire che egli non ha alcuna
opposizione. D’altra parte, chi dovrebbe farla questa
opposizione? Quel Pdl e quell’Udc che qualsiasi rimprovero
volessero rivolgere accadrebbe loro quanto succede a coloro che
sputando in alto si vedono tornare addosso lo sputo?
Infatti, il
centrodestra non può andare oltre la sceneggiata di una
opposizione perché sa di essere direttamente responsabile del
disastro del nostro comune e, quindi privo di argomenti che non
gli si ritorcano contro. E’ questo ciò che garantisce la tanto
ostentata stabilità amministrativa.
Questa opposizione,
infatti, non chiederà mai al Sindaco:
·
Cosa
ha fatto, o fa, di ciò che è possibile realizzare anche senza
soldi?
·
Dove
è quel gruppo che proveniente dalla Domus S. Petri ed arrivata
dopo “la lunga marcia” alla guida (si fa per dire) di Palazzo
S. Domenico, non si cura dell’attuazione dello statuto comunale
impedendo l’uso di forme di partecipazione democratica?
·
Cosa
ha fatto per utilizzare per fini di trasparenza e partecipazione
democratica il sito del Comune?
·
Cosa
ha fatto per coinvolgere il popolo modicano in alcune scelte
urbanistiche come quella di via (s)Conceria?
·
Ma di
quale “efficienza ed economicità” parla il Sindaco?
Quella di una
scassatissima macchina burocratica le cui principali vittime
sono gli stessi impiegati comunali, costretti a muoversi in un
ambiente caotico e disorganizzato?
Oppure quella di un
ufficio tecnico comunale che intima ad una emittente locale di
demolire un manufatto abusivo da esso stesso autorizzato nel
suolo pubblico di Monserrato?
Oppure quella che
non consente la tumulazione del defunto perché la tomba che da
vivo aveva strapagato ad una ditta accreditata dal comune era
abusiva?
Oppure è quella che
nonostante l’abuso fosse così pericoloso, ed in un settore
notoriamente permeabile ad interessi malavitosi non ha avviato
quella normale indagine interna, storica, per accertare la
eventuale presenza di altri abusi?
Si aspettano altre
ambulanze incendiate o qualche morto ammazzato e chiudere con la
privatizzazione dei servizi cimiteriali per potere dire al
cimitero accada quanto accada è un problema della polizia e non
del Sindaco?
Ed in questa ottica
cosa è questa strombazzata collaborazione del Comune in materia
di ordine pubblico, in occasione di incontri con i vertici delle
forze dell’ordine?
Il nostro direttore ha scritto (La
pagina del 12 febbraio 2011) che il nostro Sindaco con il suo
intervento “…ha scelto
di mettersi in discussione e (…) dato prova di democrazia…”.
Ma qualcuno ha
chiesto al Sindaco quali criteri democratici utilizza nella
scelta delle critiche cui rispondere?
Appare fin troppo
evidente che egli sceglie solo ciò che gli consente, torchiane,
banalissime e politichesi considerazioni, oppure di esibire
eroici sacrifici economici per incidenti stradali occorsigli con
auto privata “per motivi di servizio”. Poi non risponde, neanche
per rispetto, ad un’associazione che gli ha proposto di
pubblicare gratis (Ottobre 2008) una “Raccolta in unico
volume dei regolamenti e delle direttive comunali”. Né
sembra mettersi in discussione quando trasforma un proposto e
collaborativo bimestrale incontro con la stampa locale in
settemestrali ed inconcludenti passerelle autoreferenziali.
Né si azzarda a chiacchierare del Concorso di idee per
partecipare al bando regionale di sviluppo di servizi culturali
al territorio e alla produzione artistica e artigianale…”
della quale aspettiamo di conoscere l’esito.
Nel citato
articolo, il sindaco ci dice che tre persone suggerite da
Riccardo Minardo avrebbero fatto miracoli; ma è colpa nostra se
di questi miracoli abbiamo tanta consapevolezza quanta ne
ha il motore di ricerca del sito del Comune? cioè zero!
Potremmo leggerli
nelle quattro (?) relazioni semestrali che per legge (non) ha
divulgato oppure traendole da una caotica struttura burocratica,
palla al piede dello sviluppo?
Queste nostre
osservazioni sono qualunquismo? Oppure si dirà “ma
quale importanza possono avere queste pur incredibili deficienze
con il disastro economico del nostro Municipio?”
Proviamo a pensare
alla loro capacità di essere sintomi e segni. Il medico,
spesso, osservando il bulbo oculare, piccole macchie e leggeri
arrossamenti, individua malattie gravissime. Il mio è un
discorso pre-politico dove il disastro burocratico e culturale
sono i segni evidenti di assenza di valori politici e/o di
capacità di direzione, presupposti necessari del buon governo
che non possono essere mimetizzati calzando un elmetto ed
impugnando un piccone come faceva Mussolini. Si vorrà ammettere
che queste esibizioni evocano scenari falsi ed identici a
quelli rimproverati a Torchi.
Quale direzione
politica può mai realizzare quanto necessario per ben
amministrare se gli strumenti operativi sono di questa qualità?
Quando l’assessore
firma una lettera per il “giusto telefono” della biblioteca
comunale, vuol dire che questo è il problema più importante che
ha; quando il disordine del traffico, da parte di autorevoli
amministratori, viene attribuito alla maleducazione degli utenti
della strada ed a “le stellette stanno a guardare” di un
Corpo dei Vigili urbani, senza curarsi delle loro responsabilità
sull’evidentissima carenza dell’organico e della confusione
ordinamentale di una struttura in cui sono tutti ispettori;
quando lo scarso successo della raccolta differenziata viene
attribuito alla scarsa educazione ecologica della cittadinanza;
quando tutto ciò avviene manca metodo, direzione, coordinamento,
programmazione, valutazione delle risorse umane, ordine,
formazione, governo dei problemi: non esiste una
direzione politica degna… oppure essa ha altri interessi...
oppure non è adeguata.
Carmelo
Modica (12° chiodo)
P.S.
Dimenticavo… a quanto pare gli addetti
alla biblioteca comunale non sanno che nella rete internet per
raggiungere la Biblioteca comunale di Modica tuttora tra le
tante vie, ne esiste una che suggerisce il numero telefonico
0932-943841 che opportunamente digitato con la melodica voce
digitale recita: “Informazione gratuita, attenzione il numero
selezionato è inesistente”. Spero che dopo avere informato
i lettori de “La pagina” con la sua lettera al direttore del 28
gennaio scorso, l’Assessore al ramo (secco?) trovi il modo (ci
vuole denaro?) di informare i restanti italiani che la nostra
biblioteca dispone di un telefono.
13° chiodo

Il “Mistero” dei
nove poteri
Pubblicato su La
pagina del 12 aprile 2011
In
questa overdose di “Unità d’Italia” in cui mi ha immerso chi da
giovane e maturo aveva bruciato in piazza tanti Tricolori
che allora, anni ’60, impedirono il trionfo della bandiera rossa
con falce e martello, vilmente sostenuta dal dolcissimo
Bianco Fiore democristiano, ho riservato un angolino del mio
tempo per rivedere il film di Florestano Vancini “Bronte
- Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno
raccontato” del 1972.
Il rogo dei libri
è noto a tutti; la democrazia del terzo millennio lo ostenta
come icona irripetibile di un mondo ormai libero dalle dittature
tutto impregnato di consenso, solidarietà, rispetto dei diritti
civili e vero trionfo della democrazia.
Questa overdose è
il rogo del terzo millennio: tutta una letteratura storica è
stata messa all’indice e bruciata in quel grandissimo falò della
retorica patriottarda; overdose non dissimile da quelle
celebrate dai regimi totalitari.
Nel Nino
Bixio di “Bronte”,
ho visto il volto del potere; quello uguale sempre
a se stesso, allora come ora, così percepito anche da Vincenzo
Civello, nella sua “Lettera al direttore” pubblicata in
questo quindicinale del 28 febbraio 2011, quando si chiede
perché l’autore del “Mistero dei nove” villani fucilati
nel settembre 1860, vuole escludere ogni con-fusione con il
potere tout court della componente giudiziaria circa le
responsabilità della fucilazione.
Succede che lo
stesso libro dopo ogni rilettura apre nuovi orizzonti culturali
e nuove riflessioni: dipende dalla propria maturazione, dalle
nuove conoscenze acquisite e dalla maggiori verifiche sul valore
dell’autore.
Rileggere “Il
mistero dei nove” di Giuseppe Chiaula, sollecitato dello
scritto di Vincenzo Civello, dopo aver rivisto “Bronte,
cronaca di un massacro” e nel pieno dell’overdose prima
richiamata, mi ha fornito nuovi spunti interpretativi.
Questa ultima
lettura mi ha mostrato una… contraddizione?
Il libro nel suo
insieme appare un libro “revisionista” perché evidenzia un atto
di palese ingiustizia dei padri fondatori del Risorgimento
italiano che tutta la pubblicistica degli “storici veri ed
organici” rifiuta sdegnosamente. Lascia intendere che Carlo
Papa e Giuseppe Vernuccio brigarono per nascondere, o mitigare,
il loro essere stati giudici della Commissione Speciale che
condannò a morte i nove villani. Ma, contrariamente ad ogni
logica, quando l’autore si pone il problema del perché siano
spariti gli atti del processo ai nove, che di questa ritrosia
ad ostentare tale alto incarico poteva essere una logica
conseguenza, in maniera determinata arriva a sostenere che tale
responsabilità è da attribuire ad una scelta del gruppo
all’epoca politicamente dominante a Modica, perché per la
Commissione Giudicante come per qualsiasi giudice sarebbe stato
innaturale “far sparire il riscontro documentale della sua
sempre sofferta attività”. Un’argomentazione che è tanto
banale in termini di capacità argomentativa, quanto presuntuosa
in termini morali ed inconsistente da un punto di vista storico.
Come dire che un
magistrato è naturalmente sempre al di sopra di ogni sospetto:
una vera e propria qualità morale originaria e primordiale …
una vera grazia di Dio. Come se durante il ‘68 non si fosse
verificato a Milano di vedere magistrati sui palchi a comiziare
accanto a esponenti di lotta continua. Come se non fosse vero
che furono quattro gatti i magistrati italiani che si opposero
al giuramento di fedeltà al regime Fascista; come se non fosse
sufficiente la vasta letteratura prodotta da “Magistratura
democratica” per verificare quantomeno la presenza di
sofferta attività che nulla aveva a che vedere con i criteri
di giustizia.
E’ davvero
singolare che l’autore del “Mistero dei nove”, il quale,
per sua ammissione, si muove in una situazione di scarsissima
documentazione, l’unica cosa che percepisce, con certezza
assoluta, è la estraneità dei giudici della Commissione Speciale
sulla sparizione degli atti del processo. Ovviamente qui non si
vuole ipotizzare una supposta visione corporativa dell’autore
del libro, essendo egli un magistrato in pensione, visione tutto
sommato scusabile perché può far parte delle umane cose ed
essere attuata anche in maniera inconsapevole, ma semplicemente
evidenziare come il Potere tout court nella sua ansia di
asservimento, produce i suoi effetti a prescindere della
consapevolezza dei vettori culturali; nel caso in esame,
infatti, evidenziando una diversità tra potere politico e
giudiziario, si rende omaggio ad una supposta suddivisione dei
poteri ma poi attraverso la imposizione della onnipotenza morale
di uno dei poteri, quello giudiziario, si manifesta una visione
totalitaria ed assoluta.
Ecco il vero
“Mistero dei nove” …poteri: la pretesa che nel Potere tout
court, “spalmato” tra Governatore provinciale,
Governatore del Distretto di Modica, Questore, Delegato di
polizia, Comandante della guardia nazionale, Militi deviati,
Comitiva di famiglie signorili, “Gabellotti”, e Commissione
speciale penale, tutte insieme appassionatamente nel produrre
una “carneficina giudiziaria”, vi fu una componente,
quella giudiziaria, immacolata, indipendente e… nobile.
Carmelo Modica
14° chiodo

Vi sono anche
politici che governano senza ricevere avvisi di garanzia…
Pubblicato
in La pagina del 28 maggio 2011
Appena si ha
notizia di un avviso di garanzia, di un procedimento, scatta in
automatico, oserei dire come il ritornello che siamo costretti a
sentire ogni volta che telefoniamo a qualche call center oppure
quando riceviamo telefonate di qualcuno che ci vuole vendere
qualcosa: “…esprimiamo
la massima fiducia
nella magistratura... ci auguriamo che possano dimostrare la
estraneità ai fatti…
esprimiamo la massima solidarietà, il nostro affetto e la nostra
vicinanza all’onorevole, e la nostra costernazione per quanto
avvenuto.. non ci sono minimamente dubbi sul fatto che il nostro
leader continuerà ad avere la nostra piena fiducia nella sua
azione politica.
Va da se che
escludendo che esprimere la massima fiducia nella magistratura
non voglia significare anche, e di contro, che nella normalità
la magistratura non merita la nostra fiducia rimane l’ipotesi
che si è così certi dell’innocenza del politico arrestato,
avvisato o rinviato a giudizio che solo una magistratura
corrotta potrebbe condannarlo. Ovviamente vi è anche l’altra
ipotesi che la litania possa essere il modo per disobbligarsi
per i “favori” ricevuti oppure soddisfare una propria natura
servile.
Io credo che se
l’assoluzione o la condanna dell’onorevole si potessero
estendere anche a chi esprime solidarietà forse finirebbe la
ipocrita abitudine di simili esternazioni.
Io devo confessare
che tutte queste vicende non mi procurano alcun sentimento di
solidarietà. Rispetto il principio costituzionale, il quale
sancisce il principio della non colpevolezza fino alla sentenza
definitiva. So però che tale principio è assoluto solo in
termini di convivenza civile. Infatti, è vero anche che tale
principio appartiene al mondo teorico perché è difficile poterlo
sostenere nel proprio pensiero a meno che l’accusa sia così
fantasiosa da essere per sua natura non credibile. La giusta e
continua ripetizione di tale regola, inoltre, non potrà mai far
passare un’altra sacrosanta verità, assoluta ed inconfutabile,
sia a livello teorico che pratico: vi sono anche politici che
governano senza ricevere avvisi di garanzia, condanne o rinvii a
giudizio.
Ovviamente ognuno di noi raccoglie
gli elementi e pian piano si forma una propria idea; certamente
non in ordine alle responsabilità penali personali degli
arrestati, o rinviati a giudizio,
ma, più facilmente, in ordine alle responsabilità morali e
politiche della classe politica nel suo insieme.
Per quanto riguarda
il nostro Comune non è difficile constatare come sia stato
distrutto e disastrato. Sappiamo un po’ tutti che i colpevoli
non sono né tedeschi né americani. Questi sono dati di fatto.
Leggendo i capi di imputazione dei nostri politici inquisiti non
possiamo non constatare la loro natura di causa diretta del
dissesto e, quindi, se è comprensibile e giusta l'ansia degli
indagati di dimostrare la loro estraneità alla vicenda penale
cui sono coinvolti, non crediamo sia censurabile la speranza di
chi si augura che dagli avvisi di garanzia e dal relativo
procedimento scaturiscano delle condanne.
Ricordo che l’amico Giuseppe
Ascenzo in un’occasione ebbe a scrivere “Ci auguriamo, per
il bene della città, che la questione venga archiviata…”.
Io, come i familiari della strage di Piazza Fontana, ritengo,
invece, che per il bene della città maturino delle sentenze di
condanna chiare e nette.
Scrivo questo in
maniera fredda e nei confronti di persone che per me sono e
saranno senza volto.
15° chiodo

Il “fieno bagnato”
del vescovo e dell’onorevole
Pubblicato il 12 giugno 2011
Il fatto. Monsignor Antonio
Staglianò,
lo scorso 19 maggio, durante l’omelia della Santa Messa, che
stava celebrando al Santuario della Madonna delle Grazie, ed
anche alla fine, invita i fedeli a pregare per la famiglia
dell’onorevole Riccardo Minardo, che stava soffrendo per il
provvedimento restrittivo della custodia cautelare Modica
adottata nei suoi riguardi e della di lui moglie, per
associazione per delinquere, truffa aggravata, malversazione ai
danni dello Stato.
Le parole del Vescovo di Noto non
potevano non suscitare un dibattito serrato tra il popolo di
internet che, comunque, come al solito, ha mostrato quello che è
il suo limite: incapacità di attenersi al tema ed utilizzo di
argomenti spuri, inconsistenti, caotici ed inconcludenti.
E’ una visione semplicistica
affermare che a nulla servono le pur dotte considerazioni di
Domenico Pisana sulla natura dell’omelia che è stata, con tali
affermazioni resa solo ed esclusivamente politica?
Ci vuole molto a comprendere che
con questo intervento il responsabile della diocesi di Noto ha
dimostrato di essere meno vescovo di quanto sia “eccellenza”?
Il vivere civile nella civiltà dei
mille comuni italiani era, ed in alcuni casi ancora lo è,
caratterizzata da due fortissime presenze: la stazione
carabinieri e la parrocchia; solo dopo si aggiunse anche il
Municipio.
Il maresciallo era il riferimento
principale per la composizione di privati dissidi, per far
calmare il bullo del paese, per prevenire tintinnio di manette
ed il tutto senza codici in mano ma con grandissimo buon senso.
Non dissimile l’azione del prete che utilizzava il pulpito per
inviare raccomandazioni, moniti, e “minacce” con l’autorevolezza
di chi sa di essere percepito come colui che sa.
E tutto questo avveniva perché
entrambi, Prete e Maresciallo, incarnavano esigenze,
preoccupazioni, ansie, aspirazioni e progetti della Comunità in
cui agivano.
Era un avvenimento quando la
Comunità vedeva il Vescovo che si limitava ad integrare e mai a
sostituire l’autorità e la credibilità del prete locale e meno
che mai esibendo inutile, ingombrante e narcisistico
presenzialismo.
Questo mi ha fatto venire in mente
il parroco della parrocchia di San Giacomo di Ragusa, quando
nella sua omelia del 29 maggio scorso invitava i fedeli alla
cristiana pazienza per il fieno bagnato da una pioggia
inclemente. Con il fieno bagnato l’umile parroco di S. Giacomo
interpretava e raccomandava alla misericordia di Dio le
preoccupazioni dei suoi parrocchiani.
Il vescovo Staglianò, invitando a
pregare per Riccardo Minardo, ha voluto interpretare una
preoccupazione della Comunità modicana come un “fieno bagnato”
oppure è stato altro?
Di Riccardo Minardo il Vescovo ha
detto: “fino a poco tempo fa era seduto qui davanti”, “le
parole che pronuncio mi sono suggerite dallo Spirito Santo”
“mi raccomando
organizziamo qualcosa come chiesa per pregare.”.(Giuseppina
Caruso in radiortm.it 22 maggio 2011)
Sono parole che sollecitano umana
comprensione oppure affrettate assoluzioni pari, come valore
pratico e morale, a quelle altrettanto anticristiane poste in
atto con le sentenze di condanna mediatiche?
Allora viene da chiedersi: è un
destino abbandonare “il fieno bagnato” per dedicarsi alle
avventate assoluzioni dei “Don” come ha fatto Staglianò?
Quanto ha fatto Staglianò è il
tributo che il prete deve pagare per la sua trasformazione da
“padre” in “eccellenza”?
Da credente provo un grande
disagio per dire la mia sulla vicenda. Mi conforta solo il
sentire la serenità che deriva dalla consapevolezza che chi ha
fede in Cristo può capire quanto ha detto il vescovo di Noto
senza scandalizzarsi.
Nella sua ansia di bene, solo chi
ha fede, raccomanda alla misericordia di Dio sia chi soffre come
Minardo, sia chi sbaglia come Staglianò. E tutto questo lo fa
senza orpelli e reverenze nei confronti dell’onorevole o
dell’eccellenza.
Solo chi ha fede raccomanda a Dio
anche quei nostri governanti post-comunisti che tacciono sul
vescovo solo perché Minardo è un loro alleato; tutti sappiamo,
perché è la loro storia a dircelo, cosa avrebbero scagliato
contro il vescovo di Noto se Riccardo Minardo fosse stato, come
lo è stato, alleato di governo dei berluscones anziché di
Antonello Buscema.
Carmelo Modica
Chiuso il 30 maggio
20011
16° chiodo

Pubblicato
ne “La Pagina” del 12 luglio 2011
Al consigliere
comunale Paolo Nigro
e, per conoscenza,
all’architetto Saro Jacopo Cascino
Il quindicinale La
Pagina del 12 giugno scorso ha ospitato una Sua lettera al
direttore, con la quale Ella replicava all’articolo “operazione
verità” del professore Giuseppe Ascenzo, pubblicato nel
precedente mese di aprile.
In calce alla Sua
lettera, il “censore” della Sua attività politica aggiunse una
nota, a quanto pare non sufficiente a ricavare un definitivo
chiarimento. Credo che questo sia il motivo per il quale
l’architetto Saro Jacopo Cascino mi ha indirizzato la lettera
che qui trascrivo integralmente.
Caro Colonnello,
quando
arrivo d’estate, mi spoglio delle meschinerie e m’immergo
nell’aria pura della città natale di mio padre, Avvocato dello
Stato, ch’egli definiva “capitale
morale d’Italia”, dopo
averla abbandonata a 17 anni, senza farvi mai più ritorno, da
vivo.
Stanco delle
giravolte nazionali dell’agopuntore Scilipoti, mi è parso di
capire che vicenda non dissimile stia avvenendo a Modica. In
particolare con il consigliere comunale Paolo Nigro.
Nulla sapendo del
caso, oso chiederLe una sintetica relazione tecnica sui fatti,
prese le opportune misure, dal momento che più voci La indicano
quale massimo esperto di voltagabbana politici locali.
Nel ringraziarLa
anticipatamente, mi permetta di porgerLe i più sentiti sensi
della mia stima,
Saro
Jacopo Cascino
architetto
P.S. La
mia richiesta deriva dall’imbarazzo creatomi dall’assunto logico
retorico di Aristotele (Analitica
priora 66a 16): “o
de pseudes logos ghinetai parà to proton pseudos,
il discorso falso trae le mosse da
una falsa premessa”, ma
non saprei a chi attribuire né l’uno né l’altra, o ambedue
assieme ad alcuno dei questionanti.
***
L’architetto in
pratica mi chiede una perizia per sapere se esista un tasso di
voltagabbanesimo nella attività politica e di governo che la
S.V. ha svolto durante la sua carriera.
La richiesta di una
relazione sui fatti, ovviamente, mi riempie d’orgoglio perché è
un riconoscimento alla mia attività pubblicistica, per cui ho
deciso di accoglierla.
Assumo l’impegno
anche perché (il “Post scriptum” che l’architetto fa seguire
alla richiesta, lo conferma), non mi si chiede una perizia di
parte, ma una sorta di arbitrato pro veritate. Infatti, mai
avrei accettato un incarico di tal fatta dal prof. Ascenzo o dal
collega di quest’ultimo, “costante collaboratore del Dialogo”
che Le hanno attribuito “il vezzeggiativo di voltagabbana”.
Ancor meno avrei accettato una Sua richiesta per documentare che
il “vezzeggiativo” attribuitoLe sia falso. Nelle mie analisi non
amo fissare un assunto da dimostrare vero o falso, preferendo
avere a riferimento l’assoluto.
Comprendo che la
ricerca sarà molto impegnativa. Già la richiesta dell’architetto
poggia su un substrato di altissimo livello filosofico che non
posso escludere sia stato sollecitato dalle dotte frasi
contenute nella Sua lettera quali: “Modica delenda est”,
“escusatio non petita accusatio manifesta” e “giambi
di Ipponatte”.
Le riferisco tutto
ciò, perché, per evitarmi gravose ricerche, credo che Lei non
abbia problemi a farmi pervenire un esauriente curriculum della
sua attività politica, curriculum fondamentale perché io possa
redigere la perizia. Qualora volesse soddisfare la mia
richiesta, e non vedo perché non dovrebbe farlo, è importante
che il curriculum indichi tutte le sigle dei partiti, movimenti,
correnti interne, cui Lei ha aderito, affiancando ad essi gli
incarichi di governo e politici svolti, e le motivazioni
ufficiali dei vari passaggi.
Abuso della sua
cortesia anche perchè, non avendo buoni rapporti con il
Presidente dell’AMOVO, la notissima “Associazione MOdicani
VOltagabbana”, non posso accedere al suo ricchissimo archivio.
Il mio lavoro sarebbe davvero facilitato perché in tale archivio
sono conservati i fascicoli personali di tutti gli associati,
con la documentazione dettagliata utile a dimostrare il diritto
di far parte della benemerita Associazione. L’archivio, per
quanto mi risulta, tiene costantemente aggiornata la rassegna
stampa delle dichiarazioni di quei politici modicani che, per il
loro tratto, modo di fare, stile della parola e dello scrivere,
modo di porsi e vocabolario utilizzato, danno segni di possedere
talenti in direzione del voltagabbanesimo, documentazione utile
sia per proporre l’adesione all’AMOVO sia per assegnare, in casi
particolari, patenti di voltagabbana Honoris Causa.
Nella certezza di
una Sua cortese risposta, riceva i miei più cordiali saluti
Carmelo Modica
P.S. Nella Sua
risposta, per diminuire la quantità di battute e, quindi, per
fare un favore al Direttore, può fare a meno di scrivere
l’allocuzione “per il bene della nostra città”, perché a
Modica questo punto ormai è assodato, non solo per Lei, ma per
tutti i consiglieri comunali. Questa certezza è confermata dagli
eccezionali risultati che la nostra Modica ha raggiunto, specie
nell’ultimo decennio.
17° chiodo

Lo scippo della
presidenza della “Fondazione Grimaldi”.
La pagina del 28
luglio 2011
Quando accade che
nel momento più proficuo di una Istituzione (ma anche di
un’azienda), specie quando sono in itinere una serie di
progetti, si decide di cambiare l’”Amministratore delegato”
le motivazioni non possono che essere “altre” rispetto al
bene della Fondazione stessa. La sostituzione del prof. Sortino
con il prof. Barone, alla presidenza della Fondazione Grimaldi
rientra in questa ipotesi: non esiste un solo motivo valido che
possa giustificare tale sostituzione. Una rarissima,
incredibilmente unanime attestazione di stima e di compiacimento
del lavoro svolto e dei programmi da realizzare, da parte del
mondo culturale modicano, nei confronti del prof. Sortino,
presidente uscente del sodalizio, attribuisce al mutamento la
qualità di arrogante atto prevaricatore evidenziando anche cosa
intende per democrazia l’attuale Giunta.
Chiunque si
proponga per una carica dovrebbe definire i propri progetti,
indicando i limiti della politica culturale in atto o comunque
l’utilità del cambiamento. Cambiamento che può essere auspicato
anche in presenza di un’ottima direzione ma solo quando essa
avesse esaurito la sua carica innovativa oppure quando il
contesto generale dovesse richiedere una rinnovata ed “altra”
direzione.
La sua qualità di “scippo”
io la ritrovo anche in una affermazione del neo presidente
quando in un’intervista seguente alla sua elezione, dice “Non
c’è polemica davanti alla Cultura; non può esserci superbia, ma
solo volontà di “fare” insieme”. Una invocazione
buonista, accomodante ed interessata che rimprovera ad altri,
ipocritamente, quella superbia della quale è intriso
l’atteggiamento culturale e politico della cordata che ha
ispirato, deciso, pilotato e realizzato lo “scippo”.
Il prof. Barone ha
posto sul piatto della bilancia i suoi successi come professore
universitario, come ricercatore e come storico dimenticando che
essi valgono sul piano accademico e come carriera nell’ambito
universitario, ma sono titoli e qualità che non valgono nulla
nel dominio della organizzazione di una politica culturale
quando non sono accompagnati ad altri talenti che il professore
ha già dimostrato di non possedere.
Ecco il punto. Il
giudizio sul neo presidente è netto: sublime come professore,
fallimentare come organizzatore di cultura. Non è difficile
prevedere che con lui la “Fondazione Grimaldi”, nella
quale egli, suppongo, trasferirà lo staff della fallita “Università
di San Martino”, si appiattirà sugli interessi culturali di
nicchia del suo Presidente, e le sue prime parole ne sono una
conferma, perché penalizzano sia accettabili obiettivi
specialistici solo se di altissimo livello nel dominio culturale
del fondatore (agraria), sia i grandi e globali orizzonti che la
cultura, per sua natura, aspira a perseguire quando si esprime
libera da interessi diversi, peggio se organici ad una visione
partitica, dei suoi animatori.
Il mio potrebbe
essere considerato un atteggiamento pessimistico solo se non
fosse fin troppo evidente che da quando il prof. Barone ha
deciso di asservire le sue indiscusse ed indiscutibili qualità
di ricercatore e professore di storia, alle ambizioni politiche,
nelle quali è difficile individuare quanto orientate ad una
carriera politica e di governo e quanto ad una innata voglia di
presenzialismo, la nostra città ha dovuto verificare clamorosi
ed inconfutabili fallimenti sul piano culturale: dalla citata “Università
di San Martino” alla non aggettivabile “Giostra dei
Chiaramonte” che passerà alla storia più per quanto fu
pacchiana e ridicola la sua rappresentazione ed ideazione che
per il suo intrinseco valore storico.
Con questa
presidenza della “Fondazione Grimaldi” il professor Uccio
Barone vorrà soddisfare proprio quella sua ansia di
presenzialismo; è d’obbligo, infatti chiedersi perché adesso
dovrebbe conseguire quei risultati che non ha raggiunto né con
l’Assessorato alla cultura in una Giunta di sinistra né con l’”Università
San Martino”.
Certamente, si
dirà, meglio tale sinistra che l’immobilismo democristiano del
periodo in cui l’assessorato alla cultura non lo voleva nessuno
perché non “remunerativo”; e, no… almeno allora non si
spendevano inutilmente soldi della Comunità modicana, inducendo
i giovani ad iscriversi ad una facoltà solo perché “Sottocasa”
(come il supermercato) e come alternativa alla disoccupazione.
“Guardi che
nella sua litania contro il prof. Barone ha dimenticato la
questione degli atti del settimo centenario della Contea di
Modica”, mi sussurra all’orecchio una “sinistra”
voce. (1) Ad essa ma anche a tutte le altre, dico che non la
smetterò di ripetermi fino a quando i destinatari delle mie
osservazioni non la smetteranno di ripetersi o non facciano atto
di contrizione o non dimostrano infondate le mie tesi. Tra i due
comportamenti che si ripetono, il mio ed il loro, io conto,
ovviamente, sulla vittoria del mio: se io smettessi loro
avrebbero, ingiustamente la meglio senza nessuna fatica e merito
nel contraddittorio.
Ovviamente come
tutti quelli che scrivono, io voglio lasciare ai posteri anche
il mio contributo per chi vorrà studiare la politica culturale
di questi tempi, saranno loro a giudicare: mi illudo che
esisteranno studiosi e storici non di regime che non manderanno
al macero gli scritti che non sono strumentali alle loro
faziosità.
Carmelo Modica
(1) Per meglio capire, personaggi
e scenari del mondo culturale modicano e porsi in una posizione
di attenta vigilanza, rimando alla lettura di Dialogo
dello scorso mese di giugno, dove, a commento della lettera del
Sindaco Antonello Buscema, il prof. Piero Vernuccio dice quello
che deve essere detto in merito agli atti del settimo centenario
della Contea
18° chiodo

Effetti del
solleone sul Municipio e sulla fondazione Grimaldi
Pubblicato in La
Pagina del 28 settembre 2011
Il Sindaco che
annuncia o promette la sua presenza in più eventi culturali o
istituzionali ed in ciascuno di essi o arriva in ritardo oppure
“arriva a messa finita”, oppure non arriva per niente, “perché
- dice l’organizzatore dell’evento - è stato impedito da
altri ed importanti impegni istituzionali”, bene, questo
sindaco è capace di organizzare il proprio tempo?
E se quando arriva
dice subito ai convenuti due parole su ciò che non ascolterà,
perché deve allontanarsi prima “perché importanti impegni
istituzionali lo richiedono altrove” oppure, essendo
arrivato dopo “perché importanti impegni istituzionali lo
hanno trattenuto altrove”, dice due parole su ciò che non ha
sentito; bene, questo sindaco è persona sobria?
Si però, - dirà
qualcuno - non è meno sobrio, culturalmente sobrio,
l’organizzatore dell’evento culturale che ringrazia un sindaco
che ha detto loro che sarebbe venuto e non è venuto, che viene e
se ne va prima o che viene dopo e parla di cose che non ha
ascoltato.
Il problema è che
della sobrietà degli organizzatori di tali eventi culturali
possiamo anche farne a meno mentre dalla mancanza di sobrietà
del sindaco deriva …il disastro del bilancio comunale modicano.
Esagerato!
Assolutamente inaccettabile! (è fico questo “assolutamente”,
vero?), direbbero almeno 99 modicani su 100: Il 100° sono io…
forse sotto gli effetti del solleone agostano?
Per tranquillità,
mi metto all’ombra e cambio prospettiva. Quando devo fare più
cose io considero gli orari che mi hanno fissato, calcolo i
tempi di percorrenza e definisco il mio calendario e, dove
arrivo metto il punto, dicendo ad alcuni che non andrò.
Perché, devo dire a
tutti il mio si e poi, mancando loro di rispetto, devo farli
attendere invano?
E’ utile un sindaco
che dove va, in maniera consapevole partecipa ad un evento e
lascia l’impronta del suo passaggio con il suo intervento,
magari assumendo impegni o eliminando illusioni, oppure è sobrio
questo tentativo di essere presente dappertutto?
Quale utilità si
persegue con questa irrinunciabile ansia presenzialista?
Ma hanno fatto
tutti sempre così! E’ vero, e …si vede.
Si ma cosa c’entra
con il bilancio comunale scassato?
Apparentemente
nulla, perché anche in ritardo si possono fare le cose.
Ma voi pensate che
questa mancanza di metodo, ma anche questo ritardo nel
presentarsi alle riunioni, qualsiasi riunione, non sia evidente
segno di superficialità e scarso impegno e determinazione?
E non vi sembra,
questa una qualità pre-politica che condiziona fortemente la
qualità politica?
Perché questa
mancanza di serietà dovrebbe favorire buoni risultati
amministrativi?
Sono tre i motivi
per cui una persona arriva in ritardo: primo: se ne fotte di te;
secondo: vuole marcare una superiorità; terzo: è superficiale,
dal carattere sfuggente ed incapace di assumere impegni.
Il bello è che se
parli col Sindaco ti dice pure che è stressato da una vita così
piena di impegni. Il bello è che ciò appare anche vero. Il
brutto è che il tutto è un inutile agitarsi.
Questo fenomeno,
ovviamente, è generale ecco perché, giustamente, per limitare i
danni da stress il nuovo presidente della fondazione Grimaldi,
come primo atto culturale della sua nuova gestione, ha fatto
installare i condizionatori nell’ufficio del presidente, della
sala riunioni e della segreteria del Presidente.
Se poi lo stress
dovesse essere ancora più alto magari ricorrerà a tecniche di
cromoterapia come la carta da parati nell’ufficio del Presidente
ed una bella guida per terra che dall’ingresso dell’antico
Palazzo Grimaldi offra un cammino morbido e vellutato a chi deve
andare a “stressare” il Presidente. Ovviamente un colore rosso
cardinale delle case baronali non quel rosso volgare… e
proletario che ha illuso milioni di lavoratori.
Per evitare
eventuali risposte fuori tema degli interessati sintetizzo le
domande contenute in questo mio chiodo:
Signor Sindaco:
perché arriva, non arriva o arriva in ritardo agli eventi? non
sarebbe più sobrio e serio scegliere ed andare solo dove i tempi
lo consentono?
Signor presidente
della fondazione Grimaldi, perché il suo primo atto culturale è
stato quello di installare i condizionatori d’aria nel suo
ufficio?
Carmelo Modica
Pubblicato in La
Pagina del 28 settembre 2011
|